Un gioiellino di crac: la Parmalat secondo Andrea Molaioli e Toni Servillo
Giona A. Nazzaro
Intervista a cura
Il cinema italiano torna a fare i conti con il suo passato recentissimo. A finire sotto i riflettori questa volta è il crac della Parmalat. Andrea Molaioli, il regista de Il gioiellino, precisa che "siamo partiti dallo spunto della Parmalat ma poi abbiamo ampliato lo spettro d’indagine perché ci interessava il confronto fra un certo tipo di capitalismo tipicamente italiano, a conduzione familiare, esposto nei confronti dei meccanismi della grande finanza globalizzata". E così, nella finzione cinematografica, la Parmalat diventa la Leda, una società fittizia che si trova invischiata nei giochi dell’alta finanza e finisce stritolata, Tanzi diventa Rastelli e Tonna il rancoroso Botta interpretato da Toni Servillo.
Prodotto in collaborazione con la francese Babe Films dalla Indigo Film che vanta al suo attivo tra le altre cose Il divo di Paolo Sorrentino, Il gioiellino, costato cinque milioni di euro, è un film che racconta uno dei più sconvolgenti scandali finanziari della storia italiana attraverso uno sguardo che tenta di inoltrarsi nelle stanze del potere economico.
Come nasce il progetto di un film come Il gioiellino?
Andrea Molaioli: Tutto nasce dai primi segnali della grande crisi globale che ha interessato il mondo della finanza mondiale. Faticavo a trovare un segno di reciprocità tra la crisi finanziaria e il contesto in cui ci troviamo in Italia. Questa crisi coglieva tutti di sorpresa e nessuno sapeva bene cosa fare. Da questo mio interesse, che all’epoca non sapevo ancora se poteva contenere una storia o meno, nasce in parte il mio film. Abbiamo quindi iniziato a documentarci e ci siamo imbattuti in vari casi di crac e di fallimenti. La Parmalat di Callisto Tanzi in questo senso era un caso davvero emblematico. Una società italiana ma calata dentro un contesto globale, tanto è vero che altre aziende non italiane hanno vissuto in maniera completamente diversa l’impatto della crisi. Quindi ho provato a raccontare ciò che mi sembrava essere il terreno di coltura nel quale concezioni di questo tipo si potevano alimentare. Se il mio film può essere interpretato anche come una lettura di un certo tipo di capitalismo italiano, o addirittura come monito di qualcosa che potrebbe accadere ancora in futuro, è qualcosa che appartiene completamente alla esperienza di che vede Il gioiellino.
Servillo, per quanto riguarda il suo personaggio del ragioniere, chiaramente ispirato al ragioniere Tonna, il braccio destro di Tanzi, come ha lavorato alla costruzione del suo personaggio, considerata la sua grande attenzione ai dettagli e alle complessità del ruolo?
Toni Servillo: In questo caso il mio personaggio non era esposto alle cronache e pertanto ho goduto di una maggiore libertà nella costruzione delle sfumature del ruolo. In altri casi ho dovuto fare i conti con l’immagine del personaggio così come era percepito nella realtà e la cosa inevitabilmente può essere di impaccio ma anche una grande sfida per l’interprete. Sapevo ben poco del personaggio nei cui panni mi sarei dovuto calare e quindi mi sono avvicinato al ruolo con grande libertà. D’altronde il metodo di lavoro di Andrea Molaioli è proprio quello di stare molto vicino ai suoi personaggi cosa che ci ha evitato di appiattirci sulla cronaca.
L’incontro che Rastelli ha con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è un momento molto controverso.
Andrea Molaioli: Alcune fonti ci hanno raccontato di questo faccia a faccia fra un Tanzi che stava già in cattive acque e il Presidente Berlusconi. La cosa interessante era che Tanzi si presentava a battere cassa, ma sembra proprio che Berlusconi per tutta la durata dei dieci minuti che durò l’incontro non fece altro che parlare di calcio e poi intavolò un discorso su Gilardino, l’uomo di punta del Parma, che faceva molto gola al Milan. Alla fine della riunione pare che Berlusconi non solo fosse riuscito a evitare le richieste di Tanzi ma a convincerlo a cedere Gilardino al Milan.
Servillo, lei è al cuore dei film italiani che negli ultimi anni hanno provato a raccontare il nostro paese e anche in questo caso ancora una volta lei interpreta un personaggio che ha un rapporto molto particolare con il denaro che poi è uno dei tratti dominanti della società degli ultimi decenni.
Toni Servillo: Noi siamo attori e ciò che facciamo è raccontare delle cose attraverso le emozioni e una storia. Per quanto riguarda il denaro è inevitabile che siano proprio gli ultimi a essere più influenzati da esso. Oggi siamo totalmente orientati dal mercato e dal denaro, che spinge le persone a fare mercato anche delle proprie emozioni e della propria intimità. Personalmente penso che una certa televisione faccia un buon lavoro nel raccontare queste cose. Noi che facciamo il teatro e il cinema dobbiamo raccontare altri aspetti delle medesime problematiche. Penso per esempio a uno scrittore molto famoso che per parlare di come il potere, la chiesa e i paesi stranieri influenzassero l’Italia ha scelto di raccontare la sua storia ambientandola su "quel ramo del lago di Como". Manzoni aveva capito perfettamente come il romanzesco è l’elemento attraverso il quale la storia può meglio essere raccontata e offerta alla riflessione. È questo il potere del romanzesco, far vivere delle situazioni che altrimenti sarebbero relegate in altri ambiti. Con Il gioiellino abbiamo cercato di raccontare delle persone e attraverso queste delle cose che ci sembrano rilevanti in Italia, ma non s’intendeva farne una cronaca letterale.
Il film però si ferma un attimo prima che le conseguenze del crac siano rese visibili sulle vite e le tasche dei risparmiatori che avevano investito nella Parmalat.
Andrea Molaioli: Per una ragione molto semplice: abbiamo scelto di restare all’interno di quelle stanze dove venivano prese le decisioni. Il mondo esterno si limita a delle comparsate. E anche i risparmiatori sono fuori da quelle stanze.
Il film non è girato a Parma, il vero teatro dello scandalo, ma in Piemonte. Come mai?
Andrea Molaioli: Non abbiamo neanche tentato di girare a Parma. Ciò che ci interessava era questa problematica di un familismo imprenditoriale incongruo rispetto all’insieme della finanza contemporanea.
Servillo, la sua presenza nel cinema italiano è sinonimo di qualità. Come sceglie i progetti ai quali partecipa?
Toni Servillo: Credo che sia necessario operare delle scelte molto precise. Non si può decidere sempre e solo in base al denaro. Se si vuole dare un contributo a migliorare un po’ la qualità delle cose, bisogna iniziare a fare delle scelte, quindi anche schierarsi al fianco della qualità e di progetti coraggiosi. Non ci si può limitare a lamentarsi e poi fare scelte che farebbero tutti. Altrimenti come si fa a tracciare una differenza?
La religione è un altro degli aspetti sul quale il film insiste molto.
Andrea Molaioli: L’elemento della religione è funzionale alla facciata di chi professa valori che poi nella vita quotidiana sconfessa continuamente. Infatti il protagonista ama pensare a se stesso come a una persona che più che al denaro pensa ai valori, cosa abbastanza paradossale per un imprenditore. Lui non dice “Io porto denaro”, lui afferma di portare valori. Ama pensare di se stesso che prima di fare i propri interessi protegge quelli degli altri. C’è una forte scissione tra il dire e il fare. Inevitabilmente si tratta di un’umanità molto contraddittoria e complessa da raccontare. E ci riguarda d
a vicino.
(9 marzo 2011)
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