“Un Giorno Speciale”, intervista a Francesca Comencini
Mariagloria Fontana
conversazione con Francesca Comencini
Francesca Comencini non ama parlare diffusamente di argomenti che esulino dal suo settore di competenza, un po’ per rispetto verso la serietà dei temi legati all’attualità, un po’ perché attraverso il suo nuovo film, Un Giorno Speciale, presentato in concorso all’ultimo Festival del Cinema di Venezia e nelle sale cinematografiche italiane dal 4 ottobre, ritiene che la storia narrata riveli da sé, grazie ai volti dei due giovani protagonisti, l’angoscia della precarietà e la ricerca di un futuro possibile, meglio di qualunque prolusione dell’autrice. Però noi l’abbiamo pungolata lo stesso e ne è venuta fuori l’intervista che segue.
Un Giorno Speciale è un film che racconta della mercificazione del corpo femminile?
È il tentativo di ritrarre due ventenni alle prese con le ansie riguardo al loro futuro, soprattutto professionale. Un giorno speciale si svolge nell’arco di una giornata che è un piccolo romanzo di formazione per i due giovani. Mi è sembrato opportuno raccontare il punto chiave che, a mio avviso, è il lavoro e l’inquietudine intorno a questo. Nel caso della ragazza, Gina, c’è l’idea diventata quasi parte di una normalità, che pur di ottenere un lavoro, pur di riuscire, di esistere e diventare qualcuno, nel suo caso il suo sogno è diventare un’attrice, si può anche passare attraverso la mercificazione del proprio corpo.
Che ruolo ha la bellezza nell’impianto narrativo del suo film?
È una riflessione sulla bellezza, perché la ricerca della bellezza è una caratteristica dei nostri tempi e degli anni che abbiamo vissuto. Un’idea della bellezza che però è sempre a rischio del proprio collasso, sta sempre sull’orlo di tramutarsi in qualcosa di orribile. È la bellezza come possibile ‘impresa di sé”. Mi spiego. Nella società attuale, una ragazza bella non è soltanto di bell’aspetto, ma lei stessa diventa imprenditrice della propria bellezza ed esercita su questa e sul proprio corpo un controllo. Come se la bellezza fosse qualcosa di utilizzabile e come se il corpo e la bellezza non fossero lei stessa. Come se il corpo fosse scisso dalla ragazza, una cosa che lei può controllare e utilizzare a suo piacimento in una sorta di libero arbitrio. Invece, è solo una parodia di libertà ed è un modo di utilizzare la libertà con effetto contrario. Sappiamo profondamente, il femminismo lo rivendicava, che il corpo è la sede del “Sé”, non è distaccato e non è un oggetto di cui si può disporre a parte. Però, paradossalmente, sia nella cultura repressiva, in cui il corpo doveva essere controllato, nascosto e represso, sia in una cultura edonista, apparentemente libertaria, come la nostra, c’è un ritorno e un rischio opposto, ma simile, a quello della repressione, proprio perché c’è un esercizio di controllo fortissimo del proprio corpo, che quindi non è mai libero. Molte giovani ragazze vivono un’illusione di potenza della mente sul proprio corpo e credono di poter controllare tutto, ma non è così. Questa percezione di se stesse ‘divise’, tra mente che governa il corpo e quest’ultimo che sembra loro libero, questa scissione è un ricatto a cui le donne sono state sottoposte per decenni e credo che utilizzare il proprio corpo per ottenere qualcosa ne sia il prodotto.
E dell’eros, dell’arte di sedurre, cosa ne pensa?
L’eros di cui fanno parte la bellezza, il sex appeal, la capacità di piacere e di sedurre, è una categoria fondamentale della vita e delle relazioni. Dipende da cosa si intende con la parola ‘eros’, perché se si interpreta come il mantenimento del modello sociale erotico più diffuso cioè quello associato all’ immaginario maschile che vede gli uomini forti e che dispongono del corpo di donne più giovani, di ragazze, in virtù del loro potere e avanzano come definizione di ‘eros’ la misura di disponibilità di queste ragazze all’eros maschile, allora non parlerei né di eros né di sex appeal né di seduzione. È una chiara deformazione dell’eros.
Il film racconta sia della bellezza della protagonista femminile, Gina, sia della bellezza, che lei stessa in un’intervista ha definito ‘fatua’, di una zona di Roma: Ponte di Nona, dove è ambientata la storia. Esiste un rapporto fra queste due ‘bellezze’?
Mi sembra che ci possa essere un legame tra la bellezza di Roma e la bellezza della protagonista nel senso che entrambe vivono continuamente il rischio di un prolasso. Roma è sempre in bilico dall’essere un luogo ameno, gradevole, all’essere un luogo orribile. Così la ragazza, che quando si sveglia è molto carina poi successivamente durante il film ha delle trasformazioni come a volersi rendere più bella e invece si imbruttisce. Sono due categorie: il luogo e la ragazza, entrambe di estrema bellezza sempre sull’orlo del collasso e di diventare il contrario. Un po’ come se si va in giro per il centro di Roma, a causa delle tante stratificazioni che la città ha subito, sembra continuamente oscillare fra la bellezza e la sua perdita sino a divenire, a tratti, spaventosa.
Nel concepire la storia di Gina che per diventare attrice si rivolge ad un politico che promette di aiutarla, quanto è stata influenzata dalla figura di Silvio Berlusconi?
Quello scenario politico e tutto ciò che il berlusconismo ha comportato in generale, come una specie di caduta di piccoli fiocchi di neve, di polveri che si sono sparse dappertutto in questo Paese, mi ha influenzato moltissimo ed è stato il punto di partenza del film. Anche l’idea della bellezza credo che abbia a che fare con quest’epoca che è stata dominata da quello che chiamiamo: berlusconismo. I concetti che fino ad ora ho espresso li ritroviamo dentro alla degenerazione della nostra classe politica.
L’ha ispirata qualche ministra del Governo Berlusconi?
No, non sono stata influenzata da nessuna donna di quel governo, perché la mia protagonista è una ragazza molto giovane e non ha nulla a che vedere con quelle donne. Forse posso essere stata condizionata da alcune dichiarazioni e immagini di giovanissime coinvolte in scandali antecedenti al bunga bunga. Mi vengono in mente la festa di compleanno di Noemi Letizia e le due ragazze di Bari. I loro volti, il modo di essere, le mutazioni che nel tempo queste ragazze hanno subito e che raccontano del tracollo della bellezza e della gioventù in qualcos’altro. Un’altra faccia di quella stessa bellezza che però non è più bella, ma si tramuta in qualcosa di orripilante che è dentro quella idea di bellezza.
“Se non ora quando” nasce da queste riflessioni?
Se non ora quando nasce il tredici febbraio 2011 da tutto questo, ma anche da molto altro. I cittadini, le donne soprattutto, non ne potevano più e si sono sentiti in dovere di svelare qualcosa di inaccettabile per la loro dignità e per quella del Paese. In Se non ora quando c’è soprattutto la voglia di raccontare una mancata cittadinanza delle donne nel nostro Paese anche al di là di Berlusconi.
Alcuni giorni fa, intervenendo a un c
onvegno su banche, donne e sviluppo, il ministro del Lavoro Elsa Fornero ha dichiarato: "Siamo tutte pentite sulle quote rosa perché fanno un po’ a pugni con il merito, ma quando le resistenze al cambiamento sono particolarmente forti allora va bene anche ricorrere a un sistema di quote". Lei è favorevole alle quote rosa?
Io sono favorevole al fatto che non si pronunci più la parola: ‘quote rosa’. Credo che siano maturi i tempi per osare di più e per chiedere il bilancio di genere, vale a dire il 50% e 50% ovunque, in tutti i settori. Naturalmente è necessario motivarlo e riempirlo di contenuti politici, ad esempio spiegare ciò che una presenza massiccia di donne può significare all’interno della politica e non proporlo come una fredda richiesta di numeri, ma tradurre tutto in punti di programma politici che riguardino sia gli uomini sia le donne, ma da una punto di vista femminile. Intendo il welfare, la conciliazione del tempo del lavoro, la rappresentazione delle donne nella televisione italiana pubblica e molto altro. Mi sembra una condizione giusta, valida per una democrazia sana.
Cosa ne pensa del Governo Monti?
Sicuramente preferisco questo governo a quello precedente. Però mi auspico che si torni a una democrazia piena, a scegliere noi elettori i nostri rappresentanti e che si cambi la legge elettorale. Sarebbe bello votare una lista composta per il 50% di uomini e per il restante 50% di donne, finalmente.
(4 ottobre 2012)
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