Un volto tra la folla

Lidia Ravera

“Scusa, dimmi se è vero che sei candidata”. Il tono è severo, diverso da quello della chiamata precedente. Gianfranco Mascia è al telefono. “Sì”, dico, “ho accettato. Per Emma Bonino”. “Ovvio”. “No, non ovvio. È proprio per lei. Io l’ho fatto per lei. E come capolista in una lista di cittadini, Lista Civica”. “Mi spiace”. “Cioè?”. “Mi spiace ma non puoi salire sul palco, alla manifestazione di sabato 27”. Incasso con un piccolo sbandamento psichico: non mi sarei certo prodotta in un comizio elettorale. Avrei parlato, come mi avevano chiesto, dell’articolo tre della Costituzione, la carta che intendiamo difendere. Ma, evidentemente, basta poco per incarnare il ruolo dell’odiato politico.
Quindi okay. Incasso e vado alla manifestazione, con la mia giacchetta viola e la paginetta che non reciterò piegata in tasca. Evito per un pelo una crisi di identità: dunque non faccio più parte della società civile? Decido di non pormi la domanda. Almeno non ossessivamente. Comunque, quello di Gianfranco Mascia, resta l’unico tono severo che subisco, se devo essere obbiettiva.
Mediamente la mia scelta suscita un commosso stupore, uno stupore divertito, qualche punta di sconcertata soddisfazione. Non sono pochi i “meno male, così so chi votare”. Nessuno dice: hai fatto una cazzata (se escludiamo una mia vocina interiore notturna, ma quella è la mia persecuzione, mi critica da 120 anni).
“So chi votare” è una frase che racconta la situazione psicologica di molti. A ideologie tramontate e nel bel mezzo di un disastro etico e politico di proporzioni allarmanti, si cerca un volto tra la folla, una voce, una persona. Un curriculum vitae. Un patto. Un’amicizia, una fiducia. L’aspettativa mi commuove e mi spinge ad attivarmi.
Ma: da che parte si comincia? Avendo sempre fatto politica come testimone, come “grillo scrivente”, come truppa gratuita in presidio permanente a quel che resta della civiltà, non so muovermi da candidata a ruolo istituzionale. Mi dicono che devo telefonare, organizzare, fermare la gente per strada, mettermi in favore di qualsiasi telecamera vagante, distribuire volantini per me stessa, mettermi in mostra, farmi vedere. Disegnarmi come migliore di quello che sono. Propormi, impormi, convincere. Sono atterrita. Me ne sto in piedi sotto la pioggia alla manifestazione degli immigrati, lunedì primo marzo. Il loro giorno di sciopero simbolico. “Provate a fare senza di noi, e vedrete”. Sono lì perché mi va di essere lì. Mi dice, uno dei miei consiglieri: sai, ci sono un sacco di candidati che si aggirano, nell’esercizio delle loro funzioni di candidati. A fare che? Forse a prendere appunti, a raccogliere le richieste di questi cittadini stranieri, che fanno tutti i “dirty jobs” che noi non abbiamo più voglia di fare? Io ne ho già una, di richiesta da trasformare in battaglia. La seconda badante di mio padre (91 anni), è una signora rumena (anche la prima è rumena). Ha un bambino di 1 anno. Vive a Palestrina e lavora a Roma. Il nido apre alle 7 e mezza. La poveretta, che si mantiene facendo la donna di servizio, deve pagare una donna di servizio, perché si muove dal paese alle sei del mattino, e nessuno le prende su un bimbo a quell’ora. L’orario del nido è rigido. Ecco, orari flessibili nei nidi per le lavoratrice pendolari. Perché è chiaro che gli stranieri non possono vivere a Roma (costa troppo). È per questo che sono qui i candidati, per raccogliere storie e bisogni? No, guarda. La radice di Candidato, non è “candido”. Il candore non c’entra col candidarsi. Quindi svegliati, se no non becchi un voto. E te ne servono circa seimila.

(2 marzo 2010)

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