Una strana idea di responsabilità
Roberta De Monticelli
, da il Fatto quotidiano, 24 aprile 2013
Le prime parole del Presidente della Repubblica rieletto avevano di nuovo fatto leva sul concetto di “responsabilità” che negli ultimi tempi i suoi discorsi e moniti avevano associato al concetto di “larghe intese”. Il suo discorso di insediamento ha usato in una sola occasione queste due espressioni, per ribadire però che sarebbe addirittura “un segno di regressione” il fatto che in Italia si sia “diffusa una sorta di orrore per ogni sorta di intese, convergenze, alleanze fra forze politiche diverse”.
Dunque quel concetto di responsabilità è rimasto il perno dell’intero discorso, che in modo piuttosto toccante e paradossale si confonde con il testamento di una lunghissima vita. Saranno gli storici di questa nostra Repubblica a giudicarlo.
Vorrei – nel rispetto del diritto che ogni cittadino, compreso il primo, ha di usare le parole secondo il suo pensiero – proporre una riflessione semantica di cui “mi assumo la piena e personale responsabilità”. Se uno dice che si assume la responsabilità di un’azione, o di un’affermazione, dice che è pronto a risponderne in prima persona, e questo in due sensi: che cioè, in primo luogo, è pronto a riconoscersi autore di quell’azione o di quell’affermazione, e a riconoscere che l’ha liberamente compiuta: avrebbe potuto astenersene o tacere.
In secondo luogo, chi si assume la responsabilità di un’azione dice che è pronto non solo a rispondere di ciò che ha fatto, ma anche a rispondere a chiunque gliene chieda ragione, e dunque a fornire le ragioni per cui ha fatto o ha detto quella cosa. Nell’assumerci la responsabilità di un’azione noi ci riconosciamo agenti liberi, che portano il peso dei loro atti, con la loro faccia e il loro nome e cognome; e razionali, cioè soggetti ai vincoli della logica e del linguaggio, in particolare del senso delle parole.
Naturalmente possiamo mentire; oppure possiamo rifiutare di rendere ragione, cioè non accettare la richiesta di giustificarci, di mostrare che la nostra azione è “giusta”. Così se un corruttore, cui si chieda perché ha comprato deputati, risponde “perché così ho mantenuto il potere”, liberamente rifiuta di giustificarsi, e anche di questo liberamente si assume la responsabilità. In conclusione: il concetto di responsabilità è inseparabile da quello di imputabilità.
L’uso del termine “responsabilità” come sinonimo di “accordo fra forze politiche”, accordo definito “larghe intese” e caratterizzato a) dall’essere ciascun “soggetto” non una persona con una faccia e un nome, ma appunto una “forza” o una “parte” o un gruppo di interesse; b) dall’impossibilità conseguente che questi “soggetti” possano assumersene la responsabilità nei sensi di cui sopra, stravolge completamente il concetto di “responsabilità”, avvicinando molto il significato della parola a quello di una parola il cui senso sarebbe esattamente l’opposto, cioè “omertà”. A chi obiettasse che c’è un concetto diverso di “responsabilità” che compare nell’espressione “etica della responsabilità”, ricordiamo che “etica della responsabilità” denota, secondo Max Weber, la disponibilità di un singolo uomo politico, il “principe”, ad assumersi la responsabilità di atti che non sono moralmente leciti al privato o al cittadino, fra cui l’esercizio della violenza e la trasgressione del dovere di veridicità che sarebbero secondo il “realismo” politico indissociabili dall’esercizio del potere.
Ma anche in questa accezione il politico in questione si assume pienamente la responsabilità dei suoi atti, nel senso di cui sopra. Niente a che vedere con le “larghe intese”, che invece possono esercitare il potere proprio in quel modo “realistico” senza che nessuno se ne assuma mai la responsabilità.
Dove però il significato delle parole è rovesciato nel loro contrario, diventa impossibile ogni discussione, come ben sanno i “ministri della verità” in mondi possibili non tanto lontani dal nostro, con le loro “neolingue”, dove ‘La guerra è pace’, ‘La libertà è schiavitù’, ‘L’ignoranza è forza’. E naturalmente, l’illegalità è legge.
Alla parola che esprime liberamente e con trasparenza il pensiero, nel faccia a faccia della discussione, nello spazio delle ragioni o di un Parlamento, non è rimasto più che il senso di una finzione teatrale. Così le basi della democrazia sono veramente erose. Non ci si dovrebbe stupire se fra le rovine di una lingua, in mezzo a questa melma di parole violentate, non resti a chi chiede giustizia che l’urlo.
(24 aprile 2013)
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