Università, non facciamo di ogni erba un fascio
Carlo Bernardini
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Ciò che la collega De Monticelli può apparire a prima vista, “molto soddisfacente”. Con i tempi che corrono, spingere sul pedale della moralità e immaginarsi una università tutta corrotta da rimettere in riga è la cosa più a buon mercato che si possa fare. Ma, a un vecchio barone in rottamazione come me, fa orrore questo fare di ogni erba un fascio. Possibile che non riusciamo a dirci la verità? Se si guardasse dove si fa vera “ricerca” si scoprirebbero valori che abbiamo dimenticato perché ci sono anche le facoltà “professionali”, che sono state travolte dal mercato: le regole sono uguali per tutti, ma i professionisti fanno parcella e hanno studi ben avviati da lasciare in eredità. Potevamo tutti approfittare con rigore dell’autonomia cui Ruberti credeva tanto e abbiamo lasciato che i conflitti d’interesse (accademico) ne facessero strame. Lì dove ancora esistono comunità internazionali di ricercatori ci difendiamo benissimo, rifornendo anche altri paesi con nostri “cervelli” che ci sono costati un patrimonio e lasciamo emigrare gratis; se invece c’è da alimentare gli studi professionali privati, le cose vanno peggio, molto peggio: altro che rapporti di quarto grado! (Sembra di leggere Georges Duby e il suo “Matrimonio Medievale” in cui San Benedetto era intento a rompere l’apparentamento dei feudatari sino al XIII grado per difendere il dominio unico e assoluto del Papa).
Tre anni fa ho scritto un libro, “Il cervello del paese”, con Mondadori-Education (distribuzione un po’ fiacca) in cui sottolineavo le differenze profonde tra baroni e professori-ricercatori: i primi fanno conferenze e sono indisponibili alla vita quotidiana nelle università, i secondi fanno lezione e dialogano e lavorano con gli studenti. Queste cose non si vedono negli impact factors ma nelle cose prodotte dal “capo” e dalla sua “scuola”: a patto che chi valuta le studi, le legga e le difenda, ignorando gli “indici” scappatoia utili per non fare troppa fatica intellettuale (e che altro, sennò?). L’autonomia avrebbe dovuto dare lo spazio necessario per aumentare il lavoro scientifico; invece, ha favorito la separatezza accademica. Allora? Ognun per sé e il ministro per tutti? È pura follia: il ministro vuol dire in realtà gli anonimi gnomi ministeriali; sempre quelli, senza colore di parte ma con una smisurata voglia di controllo. Perché non si riforma il Ministero?
Ricevo 20-30 e-mail al giorno (uno spreco di parole inaudito: e chi le legge?) da colleghi che recriminano e non propongono.
* Professore emerito di fisica all’Università La Sapienza di Roma
(23 luglio 2010)
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