Università, perchè De Monticelli sbaglia

Mauro Barberis

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Cara Collega De Monticelli,
da quando è iniziato il tormentone della cosiddetta riforma Gelmini – in realtà Tremonti-Gelmini, nei due ruoli consueti del poliziotto cattivo e di quello buono – è cominciato pure un amplissimo ed elevatissimo dibattito sull’Università: sia detto senz’ombra d’ironia. In questo dibattito, il suona come una voce insolitamente “alta”; una voce che esprime come meglio non si potrebbe alcune delle ragioni di ripugnanza morale nei confronti della pratica concorsuale invalsa che in molti – compresi gran parte dei partecipanti alla pratica concorsuale medesima – non potremmo non condividere senza sentirci dei vermi. Detto questo, temo che la collega De Monticelli abbia proprio torto: per ragioni tattiche, ma soprattutto per ragioni strategiche.

Le ragioni tattiche sono : nel momento in cui l’Università pubblica è sotto attacco, proporre un’auto-riforma della stessa, secondo linee ancora più “virtuose” della già “virtuosissima” riforma, è molto nobile, ma è un errore. E neppure un errore originale: quanti colleghi ci sono caduti in completa buona fede, stracciandosi le vesti su un’istituzione che non funziona meglio, ma neppure peggio, di gran parte delle istituzioni, pubbliche e private, di questo paese… Oltre a subire tagli e vessazioni che altre Amministrazioni neppure si sognano, dovremmo pure dare esempi di virtù, offrendo volontariamente il capo ai tagliatori di teste? Ma non è su queste ragioni tattiche, probabilmente e a ragione disprezzate dalla collega De Monticelli, che vorrei insistere.

Vorrei insistere sulle ragioni strategiche. Ciò che rende ignobile l’attuale prassi concorsuale – ma molte di quelle che ho fatto in tempo a conoscere a partire dal 1980 erano anche peggio, come quegli autentici psicodrammi che erano i maxiconcorsi nazionali – è semplicemente questo. La prassi invalsa tenta vanamente di simulare il rispetto di regole concorsuali sempre più farraginose, perché sempre in conflitto con i trucchi che di volta in volta gli accademici devono inventare per aggirarle, mentre il sistema effettivo di riproduzione dell’accademia, non solo in Italia, è, ed è sempre stato un altro: la cooptazione, corretta nei casi migliori da alcuni vincoli meritocratici e da un minimo di rispetto personale del genere “cane non mangia cane”. Qualsiasi sistema concorsuale che ignori questo fatto, anche il più virtuoso, non ci porterà fuori dalla palude.

Chiunque non mi conosca, a questo punto, s’immaginerà il solito barone, attempato e cinico, che passa il proprio tempo a telefonare ai colleghi per raccomandare i propri allievi. Come sanno a loro spese i miei (due o tre) allievi, la mia immagine pubblica non è questa; forse per una sorta di ingenuità uguale e contraria a quella della collega De Monticelli, propongo un sistema dal quale personalmente non ho mai avuto da guadagnare: tranne forse il risparmio di tempo che potrei più utilmente dedicare alla didattica e alla ricerca. Come giurista passabilmente liberale e di sinistra, vorrei conservare un rispetto per le regole che, nel mio caso, è inversamente proporzionale al mio sospetto verso ogni virtù. Anche per questo credo che un sistema di cooptazione dichiarata, e corretta dagli opportuni controlli, sia comunque meglio dei tanti sistemi concorsuali apparentemente virtuosi e meritocratici, in realtà sempre più complicati, inefficaci e punitivi, che la collega De Monticelli e io potremmo progettare a tavolino con le migliori intenzioni.

* ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Trieste

(23 luglio 2010)

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