Uscire dalla crisi, ripensare la sinistra
Emilio Carnevali
Un convegno a Roma per discutere dei temi del “”. Anche nella sinistra “riformista” sembra avviarsi un ripensamento critico degli ultimi 20 anni di egemonia neoliberista.
C’è una famosa battuta di Groucho Marx che rende molto bene l’atteggiamento di certi economisti liberisti di fronte al baratro della recente (e nient’affatto conclusa) crisi globale: “Questi sono i miei principi, e se non ti piacciono… beh, ne ho altri”. Il merito di averla ripescata è di Marcello De Cecco, che ha sintetizzato in questo modo il voltafaccia di molti suoi colleghi: dimentichi dell’insegnamento di Luigi Einaudi, per il quale le ricette buone valevano per il bello come per il cattivo tempo, i moderni fondamentalisti del mercato non ci hanno messo molto a gettare alle ortiche i loro modelli di mercati autoregolantisi per invocare il massiccio intervento dello Stato a sostegno di banche ed economie. Ed è un fatto incontrovertibile che siano state proprio le politiche economiche eterodosse a salvare il mondo da un crack potenzialmente di ben maggiore portata.
Il problema è che passata la grande paura si riaffaccia la tentazione di richiudere in fretta la parentesi e ricominciare il lavoro da dove lo si era lasciato prima del 2007/2008. Tuttavia si possono cogliere anche dei segnali incoraggianti: dal punto di vista teorico non mancano le intenzioni di partire da questa crisi per una seria messa in discussione del paradigma economico dominante; dal punto di vista politico, all’interno delle forze della sinistra riformista europea comincia ad avviarsi un dibattito (per quanto colpevolmente tardivo) sulla subalternità che anche questa parte politica ha mostrato negli ultimi 20 anni nei confronti del pensiero unico neoliberista.
All’incrocio di queste due direttive si colloca il convegno organizzato lo scorso 19 marzo a Roma dal dipartimento Economia e Lavoro e dal Forum Economia del Pd (in collaborazione con l’Associazione Paolo Sylos Labini) per discutere dei temi affrontati nel “Manifesto per la libertà del pensiero economico” firmato da decine di economisti ed economiste italiani. A coordinare l’incontro Roberto Petrini, giornalista di Repubblica e collaboratore di MicroMega, nonché autore di uno dei libri che negli ultimi mesi hanno maggiormente contribuito a far decollare questo dibattito fuori dai ristretti circoli degli specialisti: Processo agli economisti (Chiarelettere).
Fra gli interventi, oltre a quello di De Cecco, quelli di Giorgio Ruffolo, Alessandro Roncaglia, Antonella Stirati, Laura Pennacchi, Emiliano Brancaccio, Claudio De Vincenti, Mario Pianta, Vincenzo Visco, Pierangelo Dacrema.
Un gruppo assai eterogeneo per impostazioni teoriche e “riferimenti politici” (diverse personalità non erano certo ascrivibili all’“area Pd”) capace tuttavia di dar vita ad un dibattito che per troppo tempo nella sinistra italiana ed europea è stato annichilito dal conformismo delle sirene della “terza via” blairiana. Vedremo se queste “aperture culturali” avranno ricadute su un’eventuale riposizionamento strategico del maggiore partito dell’opposizione (la politica insegna che spesso la “dura composizione degli interessi” si fa beffa delle alate disquisizioni dei convegni).
I punti di partenza della discussione sono stati dettati da Stefano Fassina (responsabile economia del Pd): “Non è possibile ricondurre quello che è successo con questa crisi alla sola dimensione finanziaria e dunque non è possibile uscirne solo con una maggiore regolamentazione della finanza”. La sinistra non può non ripartire dal dato della svalutazione del lavoro intervenuta negli ultimi tre decenni e da un intervento pubblico che non si limiti alla regolamentazione dei mercati: la lezione dell’intrinseca instabilità dei sistemi capitalistici, cui deve dare risposta proprio la politica economica dei governi, non può essere dismessa da parte di chi si richiama al riformismo. Occorre inoltre percepire, ha aggiunto Fassina, la rilevanza che questa crisi ha assunto per i paradigmi teorici: “Dobbiamo tornare a considerare l’economia come una scienza politica e non come una scienza naturale, come spesso viene insegnata nelle università”.
Per fare questo è necessario riavviare una riflessione sul metodo: “La dottrina economica” – ha detto Laura Pennacchi nel corso del suo intervento – “è chiamata a rispondere epistemologicamente della vergogna dell’homo economicus ignaro di eterogeneità, instabilità e interazione”.
Ma la dialettica presente fra le varie “scuole di pensiero” presenti al convegno non ha risparmiato nemmeno alcune delle star del pantheon progressista mondiale: su tutti Joseph Stiglitz e Paul Fitoussi. I due economisti “neokeynesiani” (per quanto il riferimento a Keynes in tale definizione è da alcuni contestato, rappresentando queste ricerche una linea di analisi comunque interna all’impianto neoclassico) hanno spiegato che alla base della recente crisi ci sarebbe un problema di “bassi salari”. Ma, ha obiettato Emiliano Brancaccio, tirando in ballo “un problema strutturale e di lungo periodo relativo alla domanda aggregata, questi economisti escono dal paradigma neokeynesiano e danno un’interpretazione della crisi logicamente contraddittoria rispetto agli stessi modelli sui quali hanno fondato le loro precedenti analisi e le loro… carriere”.
La carne sul fuoco resta moltissima, e numerosi dei nodi teorici e dei problemi sollevati nel corso della discussione sono ben lungi dall’aver trovato risposte condivise e, soprattutto, una traduzione politica coerente ed efficace. Ma il dibattito è avviato.
(22 marzo 2010)
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