Velo islamico in classe. La Germania dà il via libera

Tonia Mastrobuoni

, da La Stampa, 14 marzo 2015

Vietato vietare. La Corte costituzionale tedesca ha deciso che alle insegnanti non potrà essere impedito di portare il velo. La sentenza, che ne annulla una del 2003 dal tenore opposto, non è tuttavia un via libera definitivo alla possibilità di fare lezione in classe indossando dei simboli religiosi. I giudici hanno mantenuto alcuni limiti: il divieto potrà essere reintrodotto, infatti, se c’è il rischio «concreto» che il copricapo «comprometta la tranquillità scolastica o la neutralità statale».

La sentenza è ovviamente riferita anche ad insegnanti uomini che vogliano portare la kippah o altri simboli religiosi, ma in Germania è stata ribattezzata «Kopftuchverbot», «divieto del velo», perché è soprattutto sulla concessione alle donne musulmane di insegnare velate che si concentrano da anni le battaglie, nei tribunali come in politica. E il ricorso che ha prodotto la sentenza di ieri proveniva da due insegnanti musulmane del Nordreno-Westfalia. La prima era stata licenziata, la seconda ammonita perché portavano indumenti religiosi (la prima il velo, la seconda un basco per coprirsi comunque i capelli e rispettare il suo credo).

Pericoli concreti

Otto Land tedeschi, quasi tutti quelli dell’Ovest, dovranno modificare le loro proibizioni stabilite per legge, dopo che la sentenza del 2003 della suprema corte aveva formulato un verdetto un po’ pilatesco. Allora i giudici di Karlsruhe avevano preferito delegare alle amministrazioni regionali la decisione se introdurre o no un divieto di portare «indumenti che possano essere ricondotti a un credo religioso» durante le lezioni.

Tuttavia, dodici anni fa i giudici avevano anche segnalato che per un divieto bastasse una possibilità «astratta» di un «rischio o di un conflitto», ad esempio con i genitori o tra i genitori. Sulla base di quella sentenza, gli otto Land avevano deciso di introdurlo per legge. Ora l’impedimento a insegnare con il capo deve essere motivato da pericoli «concreti».
In sostanza pur lasciando aperti margini interpretativi, è un verdetto liberatorio, festeggiato ieri soprattutto dalle comunità musulmane. L’afghana Fereshta Ludin, che dodici anni fa fallì con il suo tentativo di ottenere un via libera al velo in classe, ha commentato ieri con la Tageszeitung che «per me non è una questione di vittorie o trionfi. Ma sono contenta che dopo tanti anni sia stata ristabilita la giustizia».

Una curiosità: la sentenza è stata resa pubblica ieri, ma la «Tageszeitung» era riuscita ad anticiparla grazie ad una falla nel sistema informatico della Corte costituzionale, che l’aveva resa visibile sul sito qualche ora prima della pubblicazione ufficiale.

Così negli altri Paesi europei

Sull’uso in pubblico del velo islamico l’Europa è divisa tra Paesi che ammettono il burqa e il niqab (che lascia scoperti solo gli occhi) e altri che lo hanno vietato per legge. È il caso della Francia, del Belgio e in alcuni casi della Germania dove la scelta spetta ai singoli Lander: al momento sette su diciassette li hanno vietati nelle scuole pubbliche. La Francia è stato il primo Paese europeo a varare la legge (in vigore dal 2011) che mette al bando l’uso del burqa, vietando la «dissimulazione del volto nei luoghi pubblici». Più permissivi Gran Bretagna e Austria dove il velo islamico è ammesso. In Italia una legge del 1975, che fa parte delle «disposizioni per la protezione dell’ordine pubblico», vieta di coprire completamente il viso nei luoghi pubblici.

(15 marzo 2015)



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