Verso il 14 dicembre, la presa di Roma di licei e tecnici

Anna Maria Bruni

Continuano le iniziative del Machiavelli occupato, dopo la lezione all’aperto davanti a Montecitorio. Nel frattempo con un’assemblea di 70 istituti superiori gli studenti organizzano la loro presenza in piazza, i docenti occupano il Piaget dopo un’assemblea affollatissima, e una decina di licei e tecnici improvvisano un flash-mob sull’Appia al grido di “se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo la città”. Le scuole superiori anticipano così la straordinarietà della giornata del 14.

Roma – Quando la vita irrompe sulla scena, quello che succede dilata il tempo e insieme lo ingombra tanto che diventa difficile fermarsi a scrivere. Proviamo quindi a procedere con ordine, cominciando da un incontro al Machiavelli occupato, sede di Via Bachelet, Piazza Indipendenza. Il primo impatto è, come per il Galilei, l’organizzazione. Ragazze all’ingresso per controllare chi entra, cartelli che indicano luoghi di ritrovo e orari delle iniziative. Ma se descritto può sembrare tutto troppo serio, questo è invece uno dei casi in cui strutturazione e vita trovano una sintesi: le ragazze sono piene di allegria, come sempre quando la possibilità di auto-organizzarsi offre l’occasione di tirar fuori un grande senso di responsabilità, perché contemporaneamente si mette in pratica quello che fino a ieri era nel mondo dell’immaginazione.

Ed è esattamente così che raccontano l’occupazione le cinque studentesse che ospitano MicroMega in sala professori, insieme ad Alessandra, una delle insegnanti che dalla firma della mozione del collegio dei docenti contro il ddl Gemini all’inizio dell’anno scolastico, piovute da tutta Italia, è al fianco delle sue studentesse. “Può sembrare un controsenso visto che lottiamo per il diritto allo studio – dice Magda – ma in realtà è proprio su questo che stiamo concentrando l’occupazione”. Lezioni autogestite, cineforum, concorsi di poesia e di fotografia, momenti di discussione sui casi delle morti in carcere come sul diritto alla casa a Roma, un incontro sull’edilizia scolastica partendo dall’inchiesta realizzata dal collettivo Senza tregua (reperibile on line su senzatregua.org). “Sono i tanti modi attraverso i quali vogliamo immaginare come vorremmo la scuola – dice Valeria – continuando ad impegnarci e a studiare”. Ma già le lezioni aperte andavano in quella direzione, allora perché l’occupazione?, chiediamo.

“E’ l’esigenza di un momento più incisivo e più nostro – sottolinea Valeria – che permette un approfondimento e una riflessione in più, anche se con i docenti le iniziative fatte sono state bellissime e loro continuano comunque a spalleggiarci. Ma autogestirsi è un’altra cosa, perché serve impegno, e questo crea momenti di maggiore coscienza”. “Se la situazione è arrivata a questo punto – continua Valeria – è perché ognuno di noi si è accontentato di ciò che gli veniva propinato. E’ arrivato il momento di rompere la passività e partecipare”. “Ci vogliono senza ideali, senza pensieri”, aggiunge Melanie, “mirano alla morte del pensiero – insiste Magda – non vogliono che si racconti la realtà. E’ necessario ricostruire una società partecipando direttamente”. Le ragazze tirano in ballo anche i loro genitori, a cui imputano “passività e individualizzazione – dice Silvia – che non li rende coscienti dell’importanza di partecipare alla vita della scuola”. E tirano fuori un chiaro segno di quello con cui devono fare i conti: una lettera firmata da dodici genitori perché finisca l’occupazione. E non è indirizzata a loro. E’ indirizzata al preside. Ma loro non si perdono d’animo, e già stanno pensando di scrivere una lettera aperta per ricordare che gli interlocutori sono loro, e che se hanno qualcosa da dire è a loro che devono rivolgersi.

E non molleranno, “fino al 14”, sottolinea Domitilla, giorno in cui scenderanno in piazza per la grande manifestazione auto-organizzata. Per questo già è stata indetta un’assemblea con altri 70 istituti superiori, e lunedì 13 la conferenza stampa. Alessandra è fiera di loro, della loro “autonomia di pensiero che motiva il loro fare”, certa che sia maturata anche da quel rapporto continuo e quotidiano offerto da lei e dalle sue colleghe, fondamentale, perché “anche se rubi un quarto d’ora a una lezione, è un tempo che tesaurizza il fare scuola”. Il fare questa scuola, la scuola pubblica, sola a poter essere strutturata sulla collegialità.

Ciò che sottolineano tutti nell’assemblea del pomeriggio al Jean Piaget, scientifico di Roma sud. Una sottolineatura non di poco conto, perché le periferie sono le prime vittime dei tagli, ma Roma sud è mobilitata in massa. Il Russel, l’Augusto, il Margherita di Savoia, il Newton, il Galilei, sono fra gli istituti più attivi, gli stessi che contemporaneamente all’assemblea, sull’Appia a Piazza Re di Roma, insieme al Plinio e allo stesso Machiavelli, improvvisano un flash-mob. “Con la bara dove riposa la scuola pubblica ormai morta”, al grido di “se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città”, scattano in cento da una corsia all’altra bloccando il traffico già impazzito per lo shopping natalizio, “salvo naturalmente per i mezzi di soccorso che vanno al San Giovanni”, precisa Cecilia dell’Augusto. Un’altra iniziativa in preparazione del 14, che intanto crea relazioni e confronto.

Lo stesso avvenuto al Piaget appunto, nell’ambito di un’assemblea specchio del Municipio nel quale il liceo si trova, il X, presidente Sandro Medici, perché i circa duecento presenti non erano solo studenti, ma anche docenti, precari, Ata, ricercatori, un docente associato di Tor Vergata, una consigliera del Municipio, il marito di una docente, lavoratore di una multinazionale, e per finire, il Preside. Che ha parlato di possibilità di trasformare la situazione solo “redistribuendo la ricchezza”, e che per questo c’è bisogno di “una nuova resistenza”. Se questo è il Preside, figuriamoci gli studenti e i docenti, che ritornano sulla fine della scuola pubblica e sulla necessità di invertire questo processo. Al quale il lavoratore della multinazionale aggiunge la “legge 183”, il collegato lavoro, che definisce una “vera spada di Damocle sulle teste dei giovani”, e ricorda poi il “resistere, resistere, resistere” di Gerardo D’Ambrosio, che trasforma nell’appello agli studenti e ai docenti ad “insistere, insistere, insistere”.

Ed è proprio quello che hanno intenzione di fare. In previsione del 14, qui si sono inventati un passaggio di testimone tra studenti e docenti: ad occupare il Piaget fino a lunedì saranno i docenti, affiancati dai precari e Ata. Per il week-end organizzeranno un momento pubblico intitolato “la scuola che vogliamo” e un cineforum, magari “La scuola è finita”. Stileranno un documento che porteranno alla conferenza stampa del 13, per poi unirsi alla piazza del 14, il cui appuntamento per loro è a Subaugusta, per poi unirsi a tutti gli altri medi alle 10 a Piazza Esedra, mentre altri studenti medi auto-organizzati si ritroveranno a Piramide. Anche se “il 15 non sarà ancora un nuovo 25 aprile”, è sempre il Preside a parlare, certo
è che la mobilitazione rende già la città più libera.

(11 dicembre 2010)

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