Verso il 9 marzo – Ascanio Celestini: Ricordando il 15 ottobre
Ascanio Celestini
, da MicroMega 1/2012
Ci sarà la manifestazione indetta dalla Fiom e molti sono chiamati a intervenire, a manifestare, ad aderire fisicamente o da lontano. Così mi torna in mente quando il 15 ottobre decine di manifestanti hanno partecipato in maniera poco non violenta e i commentatori televisivi, i politici dei partiti e dei sindacati li hanno unanimemente condannati, ma solo pochissimi si sono chiesti cosa fosse davvero accaduto per le strade di Roma. Peraltro molti sapevano quello che sarebbe successo (ma su questo dato bisognerebbe aprire un capitolo lungo e complicato). E comunque tutti avevano letto i titoli dei giornali nei giorni precedenti. «In piazza contro i banchieri», «È un movimento maturo che unisce alla rivolta le idee e le proposte per un cambiamento radicale», «Siamo tutti indignati», «Roma sarà invasa da una moltitudine di giovani a cui la politica sta togliendo tutto. Vogliono cambiarla. Aiutiamoli», «Gli indignati in piazza sfidano i politici» eccetera.
E poi cosa è successo? Qualcuno si ricorda che quella manifestazione doveva sfilare lontano dal Palazzo dove si era appena riconfermata la fiducia al governo Berlusconi? Sugli slogan del tipo «Noi la crisi non la paghiamo» o «Un altro mondo è possibile» siamo tutti d’accordo, ma che significano? Ha senso urlarli in piazza in una manifestazione che molto probabilmente si limiterà a una tranquilla passeggiata lontana dai palazzi del potere? Ha senso partecipare a un rito che si chiuderà con un comizio dove quegli slogan verranno ripetuti senza che cambi nulla? E infatti cos’è successo dopo?
Alla faccia dei titoli dei giornali oggi i banchieri stanno al governo, non c’è stato nessun cambiamento radicale e la politica continua a dirigere insieme all’economia i destini di milioni di persone. Si chiede un sacrificio per far ripartire produzione e consumo, quando molti di quei giovani (violenti e non) che stavano in strada il 15 ottobre vorrebbero consumare meno e produrre meglio. Non c’è un politico che parli di decrescita e tutti fanno a gara a dire la stessa cosa nel migliore dei modi. Una cosa che una volta era di destra, ma che oggi pare sia diventata l’unica. Il capitalismo ha provocato il disastro, ma contro questa disastrosa prospettiva ideologica nessuno si prende la responsabilità di dire qualcosa pur sapendo che da noi sta producendo disoccupazione e incertezza, mentre nei paesi davvero poveri produce guerre e schiavitù.
Quelli che hanno manifestato col volto coperto sono pericolosi, sono da condannare, sono dannosi, sono sudati, brutti e cattivi, ma hanno vent’anni in un paese dove c’è un governo di professori universitari con un banchiere, un militare, un prefetto eccetera, insomma un gruppo di ragazzi con un’età media che supera i sessant’anni. Quello che ha lanciato l’estintore o quelli che hanno rotto le vetrine dei «compro oro» hanno vent’anni, nessuna prospettiva e una rabbia poco ideologica. Non sono lavoratori precari. Sono figli e fratelli minori dei precari. Sono quelli che non troveranno nemmeno un part-time a cinquecento euro.
Sono i nipoti dei vecchietti che li governano e dai loro nonni al potere non stanno ricevendo nessuna risposta.
Condannarli o assolverli è compito dei giudici, non di giornalisti e politici, ma in attesa della prossima manifestazione bisognerebbe ricordarsi anche di quel 15 ottobre, di una domanda sconnessa e pericolosa alla quale non si è risposto.
FIRMA L’APPELLO La società civile con la Fiom
(7 marzo 2012)
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