Verso il 9 marzo – Urbinati: Il lavoro e l’arbitrio
Nadia Urbinati
, da MicroMega 1/2012
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori pone un limite alla libertà di licenziamento nelle aziende private con più di quindici dipendenti, il limite della «giusta causa». Non toglie la libertà al padrone di licenziare, ma la regola affinché essa non sia puro arbitrio, cioè una decisione discrezionale in forza di un’asimmetria di potere. Questo articolo rispecchia quindi il principio fondamentale della democrazia, che è la libertà dal dominio, cioè dall’essere soggetti alla decisione altrui, senz’altra ragione che la volontà di chi decide.
Si dirà: ma nella sfera economica vale la libertà di disporre ciascuno della sua proprietà. E invece così non è in una democrazia costituzionale, nella quale la legge fondamentale riconosce certo il diritto di proprietà, ma riconosce anche che essa non è un fatto esclusivamente privato, anarchico, anche perché nessuna proprietà esisterebbe senza il potere dello Stato, al quale tutti contribuiscono, anche coloro che vivono di salario. Dunque, l’arbitrio, non la volontà responsabile (cioè ragionata a pubblicamente motivata), è ciò che l’articolo 18 limita. Toglierlo può voler dire dare alle scelte individuali un significato che è di arbitrio, o quantomeno di non responsabilità rispetto alla società. È allora un ossimoro che il governo, da un lato chieda, giustamente, la responsabilità di ciascuno nel condividere i costi (anche alti) del vivere sociale, e dall’altro, con la messa in discussione di questo articolo, dia poi il messaggio a chi ha più potere economico di usarlo con più discrezione, con meno limiti imposti dalla legge.
Del resto, le stesse proposte di revisione dell’articolo 18 che sono state avanzate contengono tutte delle clausole che limitano, anche se solo temporaneamente, la libertà di licenziamento. Perché? Se si pongono limiti, benché più ridotti, è perché si suppone (chi è per la revisione suppone) che senza limiti la logica del profitto e dell’interesse – la regola del mercato senza interferenze da parte della legge – possa voler dire perdita del posto di lavoro. Nemmeno chi propone la revisione è convinto che seguire la pura regola del mercato sia sicuro, perché sa che la disparità di potere tra datore di lavoro e lavoratore non può essere ignorata quando si parla di «seguire le regole del mercato».
E, allora, perché rivedere l’articolo 18? Evidentemente perché si vuol togliere un po’ di garanzia. Perché un po’ soltanto? In questo «po’» è contenuto il significato del valore del diritto che si vuol cancellare. Perché un po’ meno di diritto significa nessun diritto; significa discrezionalità: lo stesso limite temporale che i sostenitori propongono per attutire il colpo (o conquistare il consenso della sinistra in parlamento) è arbitrario: perché tre anni e non tre e mezzo? O nulla?
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(6 marzo 2012)
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