Vie di fuga riformiste dal risiko del lavoro
Emiliano Brancaccio
Il premio Nobel per l’economia assegnato a Peter Diamond, Dale Mortensen e Christopher Pissarides per i loro studi dedicati al mercato del lavoro e alla disoccupazione.
, il manifesto, 12 ottobre 2010
Peter Diamond (nato nel 1940 a New York e docente al Mit di Boston), Dale Mortensen (nato nel 1939 in Oregon e docente alla Northwestern University) e Christopher Pissarides (nato a Cipro nel 1938 e professore alla London School), sono i vincitori del premio Nobel 2010 per l’Economia. L’onorificenza è stata assegnata dall’accademia delle scienze svedesi «per le analisi dei mercati caratterizzati da ‘frizioni’ nel processo di incontro tra domanda e offerta», con particolare riguardo alla domanda e all’offerta di lavoro.
Mai come quest’anno le scelte dell’Accademia svedese delle Scienze sembrano intersecarsi con le spinose vicende dell’attualità politica. Negli Stati Uniti la notizia della vittoria di Diamond deve infatti aver suscitato non pochi imbarazzi tra le file del Partito Repubblicano. Appena poche settimane fa i senatori repubblicani avevano respinto la proposta della Casa Bianca di nominare l’economista del Mit nel board della Federal Reserve. L’opposizione a Diamond derivava dal tentativo di impedire una ulteriore designazione di marca democratica ai vertici della banca centrale statunitense. Il portavoce repubblicano aveva però tentato di fornire un più nobile pretesto per il voto contrario del suo partito, sostenendo che Diamond non avesse «l’esperienza necessaria per l’incarico». Al di là dei reali propositi, bisogna ammettere che in linea di principio l’argomentazione non sarebbe del tutto peregrina. Schumpeter riteneva che l’economista scientifico, per considerarsi davvero tale, dovrebbe esser capace di padroneggiare una complessa varietà di discipline: dalla storia, alla statistica, alla teoria.
Da allora però i tempi sono cambiati e la specializzazione del lavoro condiziona oggi pesantemente anche la formazione degli economisti. Per molti di essi passare da un ambito di ricerca all’altro può risultare difficile quanto per un cardiochirurgo può esserlo una diagnosi in campo neuropsichiatrico. Non sembra però esser questo il caso di Diamond, che nel corso degli anni ha continuamente mostrato di poter spaziare tra argomenti diversissimi, dalla cosiddetta high theory ai problemi della previdenza, dalle analisi del mercato del lavoro ai contributi in tema di tassazione. A coronamento di una così lunga e articolata carriera giunge adesso anche il conferimento del Nobel, che renderà piuttosto deboli gli argomenti dei repubblicani e che sembra quindi preannunciare una vittoria di Obama, già da tempo fermamente intenzionato a riproporre al Senato la candidatura dell’economista bostoniano al board della Fed.
Ma c’è un motivo forse ancor più importante per il quale le decisioni di Stoccolma potrebbero avere qualche immediata ricaduta sul dibattito politico corrente. Tra gli studi di Diamond, Mortensen e Pissarides vi sono infatti anche quelli dedicati alle carenze di informazione e ai vari altri ostacoli che possono rendere difficile l’incontro tra lavoratori disoccupati e imprese intenzionate ad assumere. Uno degli oggetti di queste ricerche è la cosiddetta «curva di Beveridge», una relazione che prende il nome da Lord Beveridge, il noto economista e riformatore sociale inglese. La curva in questione esprime un legame statistico inverso tra il numero di posti di lavoro disponibili e il numero dei disoccupati. In una situazione di recessione i disoccupati saranno numerosi mentre i posti disponibili saranno ben pochi. Di contro, in una fase di espansione della domanda e della produzione il numero dei disoccupati si riduce mentre i posti di lavoro vacanti crescono a causa della crescente difficoltà delle imprese di reperire lavoratori. Si viene così a delineare una sorta di «curva» che in corrispondenza di un’alta disoccupazione segnalerà una bassa disponibilità di posti liberi, e viceversa. Conoscendo dunque il numero dei disoccupati e il numero di posti disponibili, le autorità di governo dovrebbero essere in grado di verificare, per esempio, se l’economia soffre o meno di una carenza di domanda e se necessita quindi di politiche espansive.
Il problema che si pone è che il rapporto tra posti vacanti e lavoratori disoccupati può cambiare, e quindi la «curva» di Beveridge può subire degli improvvisi spostamenti. Di recente negli Stati Uniti si è proprio discusso di questa eventualità. Le statistiche infatti segnalano un forte incremento dei disoccupati che, contrariamente a quanto lascerebbe intendere la «curva», risulta accompagnato non da una riduzione ma da un moderato aumento anche dei posti disponibili. La spiegazione tipica per questo fenomeno è che la «curva» potrebbe essersi riposizionata. C’è tuttavia un profondo disaccordo sui possibili motivi di questo riposizionamento. Alcuni sostengono che l’esistenza di tanta gente a spasso nonostante la disponibilità di posti vacanti sia dovuta ai generosi sussidi ai disoccupati erogati dall’Amministrazione Obama. Dalle frange più oltranziste del partito repubblicano il Presidente viene per questo additato come una sorta di moderno Lafargue, colpevole di indurre all’ozio gli onesti e laboriosi lavoratori americani.
Contro questa tesi vi è invece quella di chi ritiene che l’incremento contemporaneo dei disoccupati e dei posti disponibili si spieghi con la grave crisi economica in corso e con le profonde ristrutturazioni cui essa ha dato luogo. La grande recessione potrebbe cioè aver determinato non solo un crollo della produzione totale ma anche uno stravolgimento delle proporzioni tra i vari settori produttivi, e quindi un mutamento delle qualifiche richieste dalle imprese rispetto alle competenze effettive dei disoccupati. Il fatto che l’aumento dei disoccupati sia più marcato rispetto all’aumento dei posti farebbe propendere verso questa seconda possibilità. Ma dai modelli ispirati dalle ricerche di Diamond, Mortensen e Pissarides si possono trarre conclusioni favorevoli sia all’una che all’altra interpretazione. Questa sorta di indeterminatezza è abbastanza comune nell’ambito della teoria economica mainstream, e c’è chi ritiene che sia anche un po’ frustrante.
(12 ottobre 2010)
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