Viva il giudice quando sbaglia
Marco Travaglio
, da L’espresso, 11 marzo 2010
Nella migliore tradizione, i magistrati italiani vengono attaccati solo quando fanno cose giuste e ragionevoli. È accaduto al Tribunale di Milano che non ha accolto l’impedimento invocato da Silvio Berlusconi per il Consiglio dei ministri convocato in extremis, senz’alcun reale motivo di urgenza, per il 1 marzo: proprio la data che lui stesso aveva indicato ai giudici del processo Mediaset come sgombra da impegni istituzionali. Apriti cielo: botte da orbi al Tribunale, non solo da politici e giornali berlusconiani, ma anche dal ‘Corriere della sera’. Invece, quattro giorni dopo, silenzio di tomba sulla sconcertante motivazione con cui la Corte d’appello di Palermo impegnata nel processo Dell’Utri ha rigettato per la seconda volta la richiesta dell’accusa di ammettere la testimonianza di Massimo Ciancimino. La decisione, visto che il processo è agli sgoccioli, in piena requisitoria, le fonti di prova non mancano di certo e la Procura sta ancora ‘riscontrando’ le parole del dichiarante, è ragionevole.
Ma per motivarla bastavano poche righe. Invece i giudici hanno partorito un’ordinanza-fiume di 9 pagine, del tutto irrituale anche per il suo contenuto: parole durissime sulla attendibilità del teste per la "progressione, l’irrisolta contraddittorietà" e la "genericità" delle sue dichiarazioni. Ma come può un giudice stabilire che un testimone è inattendibile se non lo ascolta nemmeno per 30 secondi? Le cose dette dinanzi al pm, per il codice di procedura, non hanno alcun valore se non vengono ripetute in aula. Ma se la Corte tiene Ciancimino fuori dall’uscio, come fa a dire che non è credibile? Infatti, ascoltandolo, i giudici del processo Mercadante (vedi ‘Signornò’ del 4 marzo) ne hanno tratto "un giudizio di alta credibilità" per il suo "racconto fluido e coerente, senza contraddizioni". Invece quelli del processo Dell’Utri sentenziano il contrario in sua assenza, a prescindere. E fanno addirittura
le pulci alle sue dichiarazioni sul pizzino inviato al padre da Provenzano intorno al 2000 a proposito del "nostro Sen.": che – racconta lui – don Vito gli confidò essere Dell’Utri. Ma questa per la Corte è una bugia perché nel 2000 Dell’Utri era deputato: divenne senatore solo nel 2001.
E se il pizzino fosse del 2001? E se Provenzano avesse confuso ‘Sen.’ con ‘On.’? E se Ciancimino riferisse semplicemente quel che gli disse, sbagliando, il padre? In fondo, se avesse voluto rendere più credibile una bugia, gli sarebbe bastata una verifica su Google. E i processi servono proprio per saggiare l’attendibilità dei testimoni. Ma, per farlo, bisognerebbe interrogarli. Tantopiù che i giudici lamentano i troppi ‘omissis’ apposti sui verbali dalla Procura. Quale migliore soluzione, per riempire quei buchi, che sentire Ciancimino in aula? L’ordinanza che dà del "contraddittorio" a Ciancimino non potrebbe essere più contraddittoria. E non promette nulla di buono sulla serenità dei giudici che, fra qualche mese, giudicheranno Dell’Utri.
(11 marzo 2010)
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