Voltare pagina con la “guerra al terrore”
Marco d'Eramo
, il manifesto 3 maggio 2011
Speriamo. Speriamo che la festa dell’altra notte a New York e in tante altre città americane celebrasse la fine di una guerra e non una vittoria sportiva (Obama 1 Osama 0). Speriamo che quei ragazzi salutassero l’emancipazione dal terrore, la liberazione di una nazione per dieci anni tenuta in ostaggio di incubi ingigantiti ad arte. Un clima di sospetto, una cappa di minacce in cui sono cresciuti, da cui sono stati permeati e assillati: questi giovani non hanno conosciuto altro. Speriamo che la loro festa esprima il desiderio di voltare pagina rispetto al maccartismo strisciante, al golpe quotidiano, alle grandi e piccole Guantánamo; coi soldatini di piombo i loro nonni giocavano a indiani e cowboy: loro ai videogames hanno giocato a marines contro bin Laden.
Speriamo cioè che l’ufficiale uscita di scena del fondatore di al Qaeda segni il definitivo tramonto di quell’aberrante categoria che è «la guerra al terrore» (è mai pensabile una «guerra al panico»?) e non abbia il sapore al fiele di una vendetta: come scrisse Hegel, la vendetta può essere giusta, ma non è mai giustizia, contrariamente a quel che ha detto a caldo il presidente Usa.
Speriamo perciò che la morte di Osama sia considerata da Obama una ragion sufficiente per chiuderla con la guerra afghana (sarebbe fondamentale per la sua presidenza, e per la sua rielezione). In questo, paradossalmente, le speranze Usa andrebbero a braccetto con quelle dei Fratelli musulmani e di tanti islamici che oggi dicono: Osama è morto, quale ragione avete di restare a Kabul? Ricordate come all’inizio l’amministrazione Bush chiamò l’invasione dell’Afghanistan: «Infinita Giustizia».
Speriamo soprattutto che le nostre speranze non siano ingenue e non si rivelino illusioni. Già i dietrologi di tutto il mondo frugano indefessi sotto le notizie. Per la foto taroccata diffusa nelle prime ore, per l’inesplicabile assenza di un operatore al seguito nell’azione ad Abottabad (al contrario di quel che avvenne con Saddam Hussein), per l’ancor più misteriosa eliminazione di ogni traccia, con la salma affondata in fretta e furia negli insondabili abissi oceanici. Per l’asimmetria tra la grandiosa scenografia dello schiantarsi delle Torri gemelle e invece l’epilogo furtivo, spoglio di immagini, a rendere bin Laden elusivo da morto quanto lo fu in vita. Ai bravissimi sceneggiatori della politica Usa verrebbe da chiedere perché per il finale abbiano scelto una sequenza così immateriale.
Una speranza deve averla nutrita anche Barack Obama quando venerdì scorso ha dato il via all’operazione, dopo che da mesi era stato individuato il rifugio di bin Laden in una città-guarnigione dell’esercito pakistano. La speranza è di essere infine preso sul serio come «comandante in capo» dopo essere stato sfottuto persino da Hillary Clinton. E soprattutto di riuscire ora a convincere i propri generali a iniziare il ritiro dall’Afghanistan e da quelle grotte di Tora Tora in cui nove anni fa nacque il mito dell’imprendibilità di chi ora giace in fondo agli abissi marini.
(3 maggio 2011)
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