A dieci anni da Genova, nel mezzo della Crisi
Emilio Carnevali
A dieci anni dal G8 di Genova e nel bel mezzo della crisi economica e finanziaria che sta terrorizzando nelle ultime ore anche l’Italia i ragazzi di quel movimento potrebbero davvero gridare: «Avevamo ragione noi!».
A dieci anni dal G8 di Genova e nel bel mezzo dell’attacco speculativo contro il nostro debito sovrano – ultima manifestazione di una devastante crisi esplosa finanziariamente nel 2007-2008, ma le cui radici vanno ricercate nella profondità di una economia reale caratterizzata da un trentennio di crescenti disuguaglianze – viene davvero da gridare: «Avevamo ragione noi!». Di fronte ai tanti profeti del disincanto che con un misto di paternalismo e cinismo ci mettevano allora in guardia dal commettere i loro stessi errori di gioventù viene da rispondere proprio come Nanni Moretti in quel suo famoso film: «Voi gridavate cose orrende e violentissime…Io gridavo cose giuste!» («Splendidi quarantenni», invece, non lo siamo; siamo “precari trentenni” caso mai. Ma quella era la storia di un’altra generazione…).
Sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi, infatti, Massimo Mucchetti pone ad una platea di lettori non certo sospettabili di simpatie “estremiste” alcune domande fondamentali nella turbolenza finanziaria dalla quale siamo stati investiti e che sono in realtà del tutto sovrapponibili a quelle che in tempi non sospetti il movimento “altermondialista” sollevò nelle piazze di mezzo mondo: «Fin dove arriva la legittima preoccupazione per la liquidità dei mercati, che già una volta era venuta meno nonostante la deregulation, e da dove inizia la sudditanza di alcuni governi e alcune economie all’industria finanziaria? In questo contrasto tra Parlamento europeo e governi nazionali l’Italia da che parte sta? Che cosa pensiamo della Tobin tax e degli altri strumenti buoni per raffreddare la pericolosa frenesia della finanza?».
Del resto Mucchetti è un giornalista che anche noi ragazzi del movimento seguivamo con attenzione per le sue analisi spesso controcorrente nel clima conformista di quegli anni (si passi l’implicita scorrettezza dell’espressione «i ragazzi del movimento leggevano questo tal libro, questi tali autori, questi tali analisti…», inevitabile semplificazione di ogni “fotografia retrospettiva” col punto di vista di una parte. Si leggevano ovviamente le cose più disparate – dagli epigoni marxisti ai teorici della decrescita, dai cantori delle “moltitudini” post-operaiste agli economisti mainstream come Joseph Stiglitz – ma il filo conduttore era senz’altro la critica al neoliberismo). Il suo libro Licenziare i padroni, uscito nel 2003 per Feltrinelli, infranse ad esempio alcuni tabù importanti sulla stagione appena trascorsa delle “liberalizzazioni all’italiana”, del “privato è bello ed efficiente”, della “fine della centralità del lavoro”, favorendo un bilancio di quel ciclo politico meno distorto dall’ubriacatura ideologica che tanto imperversò anche a sinistra a cavallo del millennio.
Gli interrogativi che oggi pone Mucchetti, dunque, ieri se li erano posti i ragazzi del movimento, senza però avere la forza di introdurli nell’agenda politica dei “soggetti che contano”. Come noi, del resto, non la ebbero quei pochi economisti mainstream che accettarono di confrontarsi con le proposte degli “anti-G8”, cogliendo l’occasione per introdurre nel dibattito democratico questioni fino a quel momento “sequestrate” alla discussione pubblica da una ristretta cerchia accademica e tecnocratica. «Il malcontento nei confronti della globalizzazione», scriveva allora il già citato premio Nobel Joseph Stiglitz nel suo La globalizzazione e i suoi oppositori, «deriva non soltanto dal fatto che le considerazioni di ordine economico sembrano prevalere su tutto il resto, ma anche dal predominio assoluto di una visione particolare dell’economia su tutte le altre: il fondamentalismo del mercato. L’opposizione nei confronti della globalizzazione in molte parti del mondo non riguarda tanto la globalizzazione in sé – le nuove fonti di finanziamento per la crescita o i mercati per le esportazioni – quanto quel particolare insieme di dottrine, il cosiddetto Washington Consensus, che le istituzioni finanziarie hanno imposto nel mondo».
Eppure la mobilitazione “altermondialista” non ha prodotto solo grida di allarme rimaste inascoltate. Basta osservare con meno superficialità di quanto fatto dalla gran maggioranza della stampa nostrana la recente, straordinaria vittoria nei referendum sull’acqua. Lo ha ricordato proprio Emilio Molinari, ripercorrendo la storia dei comitati per l’acqua pubblica nati nel gennaio del 2000 intorno a un tavolo animato da Riccardo Petrella e cresciuti dentro il movimento dei Social Forum e della sua battaglia per un “altro mondo possibile”.
Nei mesi e negli anni successivi a Genova 2001 qualcuno propose di trasformare quello slogan – “un altro mondo è possibile – in “un altro mondo è necessario”. Ora che la Grande Crisi ha spazzato via molte illusioni e molte costruzioni ideologiche di quel tempo – purtroppo al caro prezzo di conseguenze sociali che ancora siamo ben lungi dal poter valutare nella loro interezza – un altro mondo è più necessario che mai.
(12 luglio 2011)
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