Berlusconi, le ninfe e gli editti dei mercati
Emilio Carnevali
Riccardo III comincia la sua spregiudicata e delittuosa scalata al potere perché non era adatto ai “sollazzi d’amore”. “Io che sono di stampo rozzo”, dice il futuro re d’Inghilterra con le parole di Shakespeare, manco della virtù “con la quale pavoneggiarmi davanti a una frivola ninfa ancheggiante”: “non potendo fare l’amante per occupare questi giorni belli ed eloquenti, sono deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi piaceri dei nostri tempi”. Il regno berlusconiano, non meno drammaticamente farsesco di un’opera shakespeariana, si sta sbriciolando per i motivi apparentemente opposti, travolto dagli scandali di una vita sessuale del tutto fuori controllo.
Ma l’ulteriore, patetico squarcio che è stato recentemente aperto sui giorni (e le notti) del sultanato di Arcore non deve sviare l’attenzione dagli elementi davvero rilevanti – da un punto di vista tanto politico quanto morale – di questa storia. Come hanno già fatto notare molti osservatori, qui non si tratta di personalissime e insindacabili preferenze e abitudini erotiche di un uomo pubblico (che sono insindacabili anche e soprattutto se l’uomo è pubblico, a patto che non vadano a nocumento di un sereno esercizio delle sue funzioni), bensì di un elementare, rudimentale, “verginale” nella sua genuina autenticità, sistema di corruzione: favori e soldi in cambio di entrature ed appalti. Materia che già sarebbe sufficiente per porre fine alla questione – e alla carriera di qualsiasi leader politico – anche a prescindere dal dibattito sul se e quanto determinati stili di vita e inclinazioni siano compatibili con quell’equilibrato dominio della propria quotidianità che è necessario a svolgere quasi ogni tipo di mestiere (anche la più maledetta delle rock star eroinomani o alcolizzate deve riuscire a reggersi in piedi sul palco per almeno un’oretta se non vuole ricevere i fischi del pubblico – vedi l’ultimo concerto belgradese della povera Amy Winehouse).
Ci troviamo quindi di fronte ad un leader del tutto screditato, tanto in patria quanto a livello internazionale. E siamo costretti ad affrontare questa situazione in uno dei momenti più cupi della storia repubblicana, a causa della crisi economica e finanziaria che ci ha travolto. L’economista Nouriel Roubini ha addirittura calcolato il costo del “fattore Berlusconi” in una cifra oscillante fra i 50 e i 100 punti base in termini di incremento dello spread (ovvero del differenziale fra i tassi di interesse) tra i nostri btp e i bund tedeschi.
Ma occorre far attenzione a non appaltare ai mercati o a qualche agenzia di rating l’iniziativa che dovrebbe venire da un sussulto interno al sistema. In un momento del genere, ad esempio, è forte la tentazione di brandire il declassamento di Standard & Poor’s come un incontestabile giudizio divino da gettare dentro l’agone politico per sbloccarne la condizione di paralisi. Non mancano certo le argomentazioni per sottolineare la totale inadeguatezza di questo governo, finanche il suo carattere vergognoso agli occhi del mondo, senza ricorrere alla bocciatura inflittagli dall’“ultimo degli istituti ai quali rivolgersi per ottenere un parere sulle prospettive della nostra nazione” (sono parole di Paul Krugman all’indomani del declassamento da parte della stessa S&P del debito pubblico statunitense. E il premio Nobel per l’economia non aveva tutti i torti, a giudicare dall’andamento dei tassi di interesse dei bond decennali statunitensi a poche settimane da quel downgrade…).
Insomma, contrariamente a ciò che predicava Deng Xiaoping, è di assoluta importanza il colore del gatto incaricato di acchiappare il topo: dal modo con il quale Berlusconi sarà disarcionato – dal ruolo che sapranno giocare le forze sociali e democratiche – dipenderà la speranza di una alternativa politica che non sia un mero esecutore dei sacri ed incontestabili “editti dei mercati”.
(20 settembre 2011)
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