DIARIO AFGHANO /3 – 26 novembre 2010
Giuliano Battiston
Mazar-e-Sharif, 26 novembre – E’ cambiata, Mazar-e-Sharif, dalla mia prima visita, nell’estate del 2008. Tra le principali cittá afghane, a una manciata di chilometri dal confine con l’Uzbekistan, continua ad ammiccare al nord, ai paesi dell’Asia centrale, quanto ad abitudini culinarie e a tessuto sociale (qui vivono infatti radicate comunitá di tajiki e uzbechi). Ma al di lá della sua consolidata ‘postura’ centroasiatica, in soli tre anni molte cose sono cambiate. Per esempio, la sicurezza: arrivato in cittá, ho puntato sicuro al Mazar Hotel. Un complesso enorme, color ocra, in stile anni Trenta. Grandi saloni dagli alti soffitti, sepolti in un silenzio nostalgico, alludono a una presunta etá dell’oro. Quando sui tappeti enormi e scoloriti di questo hotel d’altri tempi camminavano forse dignitari locali ed esploratori stranieri, cinici trafficanti di opere d’arte e appassionati studiosi di archeologia. Stanze ovattate, illuminate da un’unica luce, debole e svogliata, come il personale, stravaccato su divani di pelle consunta, intento a sorseggiare ripetute tazze di té verde davanti a drammatiche telenovelas indiane.
Il Mazar hotel, oggi, non esiste piú. Meglio, l’imponente struttura c’é ancora, ma ne hanno ricavato una caserma militare. Al posto della foto del comandante Massud, il leone del Panjshir che dall’ingresso dava fieramente il benvenuto agli ospiti, una torretta di guardia, filo spinato, sacchi di sabbia, uomini armati di tutto punto e un cancello metallico che impedisce la vista all’interno. Un peccato, per quei visitatori (come chi scrive) che portano inevitabilmente con sé una certa dose di orientalismo, nonostante letture critiche e iniziezioni di sano pragmatismo. Ma un peccato soprattutto per tutti quei bambini che ogni estate trovavano nella piscina all’aperto del Mazar Hotel, sopratutto nei venerdí di festa, una delle rare occasioni di divertimento. A gruppi di quattro o cinque, sfidavano infatti senza paure il burbero gestore dell’impianto – uomo grasso e dai modi spicci, sprofondato su una comoda poltrona -, consegnando al suo maltrattato tuttofare i pochi afghanis necessari per prendere in prestito il costume (un pezzo di stoffa tagliato alla buona) e lo spago con cui tenerlo. I piú piccoli gareggiavano in tuffi e piroette acrobatiche, i piú grandi aspiravano voluttuosamente dalle loro sigarette di hashish. Afghano nero: prima qualitá. Quei bambini hanno dovuto rinunciare a un pizzico della loro felicitá estiva. E gli abitanti di Mazar-e-Sharif a un pezzo della loro tranquillita.
Perché se é vero che la cittá rimane una delle meno pericolose dell’Afghanistan, anche qui i talebani cominciano a farsi sentire. E a preoccupare. Come mi ha raccontato ieri Zamir Saar, giovane video-giornalista del sito di informazione Pajhwok, uno dei piú autorevoli nel panorama mediatico afghano, nella redazione del suo giornale, a pochi passi dal magnifico santuario di Hazrat Ali, meraviglia architettonica di epoca timuride. “La situazione peggiora di giorno in giorno – mi ha spiegato Zamir –. Fino a qualche tempo fa di talebani e movimenti antigovernativi nella provincia di Balkh non ce n’era traccia. Oggi invece sono presenti in almeno tre dei quattordici distretti pronvinciali, Charbulak, Chamtal e Sholgar, a maggioranza pashtun. E cominciano a inflitrarsi anche nel distretto di Balkh”.
Distretti diventati inaccessibili ai giornalisti e alle forze di polizia locale, e dove i talebani – continua Zamir – “hanno instaurato dei veri e propri sistemi di governo alternativo: hanno i loro sistemi di giustizia penale, i loro commissari, e ovviamente forze di difesa e controllo. E molti abitanti hanno cominciato a rivolgersi a loro per risolvere questioni controverse, consegnandogli somme di denaro, secondo la tradizione islamica che i talebani stanno imponendo con la forza”. In questi distretti, a causa di intimidazioni e minacce, nessuno degli abitanti ha potuto esprimere il suo voto, nelle elezioni parlamentari dello scorso 18 settembre, contribuendo ad alimentare il malcontento della popolazione pashtun della provincia – minoritaria in quest’area dell’Afghanistan, ma maggioritaria a livello nazionale – che reclama la mancanza di rappresentanti istituzionali. E che per questo, suggerisce Zamir, potrebbe trovare conveniente affidarsi ai talebani per ottenere quel riconoscimento di cui si sentono privi.
Le parole di Zamir sul deterioramento della sicurezza nella provincia di Balkh sono confermate dalla gente del posto. Oltre che da Anso, l’agenzia di coordinamento sulla sicurezza per le organizzazioni non governative, che ieri allertava il personale internazionale sul rischio rapimenti nell’area e nella cittá di Mazar-e-Sharif, dove l’ultimo episodio del genere risale al 2001. D’altronde, i talebani hanno dimostrato con i fatti di essere diventati piú pericolosi: due mesi fa, un soldato del contingente svedese ha perso la vita nel corso di un’imboscata nel distretto di Chamtal; pochi giorni fa, altri tre soldati scandinavi sono stati feriti, colpiti da razzi mentre percorrevano con i loro tank la strada che collega Mazar-e-Sharif a Shiberghan, a meno di due ore in direzione del confine con il Turkmenistan. La situazione, dunque, é realmente peggiorata. Ne sono stato testimone io stesso.
Oggi, venerdí di festa, ho deciso di visitare di nuovo Balkh, a trenta minuti (e trenta afghanis, mezzo euro) di taxi collettivo da Mazar-e-Sharif. Un passato glorioso, centro culturale di importanza straordinaria per secoli, la “madre di tutte le cittá” ha dato i natali a Zoroastro, ha visto combattersi greci e persiani, ha ospitato Alessandro Magno e una serie di dinastie greco-battriane, ha adottato poi le innovazioni architettoniche e culturali portate dagli arabi, prima di soffrire la furia distruttrice dei mongoli nel 1220, di cui dá testimonianza anche Marco Polo. Di tutto questo periodo, rimangono poche testimonianze materiali. Mentre continuano a echeggiare i versi del poeta sufi Rumi, nato a Balkh, e a splendere la cupola turchese del santuario timuride di Khoja Abu Nasr Parsa, edificato nella metá del 1400.
Arrivato nel centro di Balkh, mi ha subito avvicinato il comandante della polizia locale, accompagnato da due poliziotti: “visita pure gli edifici architettonici, ma rimani nei paraggi. Non allontanarti, e non provare ad arrivare al Bala Hissar”, la fortezza costruita nel XV secolo, distante neanche due chilometri dal centro. “Finché sei qui sei al sicuro, ma nei dintorni ci sono i talebani, e non possiamo garantire nulla”. Meno di un’ora dopo, mentre mi godevo il mio té verde in una chaikhana (sala da a té) che affaccia sulla piazza principale di Balkh, mi raggiunge allarmato un poliziotto, che mi fa capire che il comandante vuole vedermi. “Giá gli ho parlato, replico, mi ha avvertito di restare nei paraggi. Cosí sto facendo”. Il poliziotto, baffi sottili e mingherlino, non vuole sentire ragioni. Mi accompagna dal comandante. “Devi andartene, mi dice, questa volta molto meno cordialmente di quanto avesse fatto poco prima: qui intorno ci sono talebani e membri di Al Qaeda. Rischi di essere rapito”. Scortato al posteggio dei taxi collettivi, sono caldamente invitato a prendere il primo che parte. I talebani sono alle porte. Esercito e polizia afghani hanno una sovranitá limitata. Anche nella provincia di Balkh.
(26 novembre 2010)
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