Fini & Bersani, “portavalori” in tv
Cinzia Sciuto
La cosa più bella della presenza di Bersani e Fini ieri alla trasmissione Vieni via con me è stata che per la prima volta due politici in televisione non erano sbracati in comodissime poltrone in un ambiente che padroneggiano perfettamente e che piegano a loro piacimento, di solito urlandosi addosso al solo scopo di imporre la propria voce su quella degli altri, come quello dei classici e ormai noiosissimi talk show, ma erano in piedi, con dei fogli in mano, di fronte a dei finti microfoni d’epoca, all’interno di un format in cui si trovavano in leggero imbarazzo (più Bersani che Fini, a dir la verità). E questo li ha costretti a un po’ di chiarezza in più del solito.
Fare un elenco, significa scegliere cosa inserire e cosa lasciare fuori e per valutarlo bisogna analizzare sia cosa si è detto sia ciò che non si è intenzionalmente lasciato fuori. Bersani esordisce riferendosi al «mondo», ai «più deboli» e alla possibilità di una vita «migliore per tutti». Le prime parole di Fini sono invece riferite alla patria, all’Italia e agli italiani.
L’orizzonte di partenza non può essere il più diverso. Quando Bersani si riferisce all’Italia, non lo fa in riferimento alla patria, ma alla Costituzione, sottolinea il nesso giustizia sociale-economia, perchè «l’ingiustizia fa male al mercato». Mercato al quale non si possono lasciare beni come la salute, l’istruzione, la sicurezza (e qui forse, da sinistra, l’elenco dei beni comuni da sottrarre al mercato poteva essere un po’ più lungo).
È chiaro sul lavoro: «chiamare flessibilità una vita precaria», dice, «è un insulto». E poi il passaggio sulle tasse: non è lo Stato che mette le mani nelle tasche negli italiani, ma è «chi le tasse non le paga che mette le mani in tasca ai più poveri». Logica conseguenza: bisogna tassare le rendite finanziarie almeno quanto il lavoro. Le altre parole d’ordine: scuola pubblica, condizione della donna come indice di civiltà, energie rinnovabili (e un no secco al nucleare), cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia, libertà terapeutica, laicità.
Nell’elenco di Bersani c’è la parola pace, in quello di Fini il ricordo dei militari impegnati in Afghanistan. Bersani cita un insegnante della scuola pubblica che rincorre i suoi alunni come esempio di eroismo, Fini elogia l’opera del volontariato. Bersani considera il lavoro come fonte di dignità della persona, Fini aspira ad una società meritocratica partendo dall’uguaglianza delle opportunità.
Su molti punti, è vero, i due elenchi non sono affatto incompatibili. Probabilmente anzi, se si traducessero in proproste politiche precise, ci sarebbe più di un punto di convergenza. Ciò non toglie la diversità radicale degli orizzonti ideali di riferimento. Era da tempo che non si sentivano parole chiare, da destra e da sinistra.
Molto probabilmente i due elenchi avranno deluso una parte dei rispettivi mondi di riferimento. Molti di destra non avranno apprezzato il riferimento allo ius soli per la cittadinanza ai figli degli immigrati di Fini e molti di sinistra avranno da ridire sull’assenza di riferimenti alla lotta di classe nell’elenco di Bersani. Ma, dopo la desolazione valoriale e ideale degli ultimi vent’anni, mi sembra già che si possa tirare un piccolo sospiro di sollievo.
Molta destra, poca sinistra: la "cloud" delle parole usate da Fini (sopra) e Bersani (sotto) a "Vieni via con me" (fonte)
(16 novembre 2010)
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