Il corpo in fiamme di un senzapatria, il gelo dell’informazione e della politica

Annamaria Rivera

Provate a immaginare d’essere un giovane di nazionalità ivoriana approdato fortunosamente in Europa per sfuggire agli orrori della guerra civile e all’assenza di futuro. Immaginate di aver richiesto la protezione internazionale e che un giorno, tornando dall’Olanda, all’aeroporto di Fiumicino vi sia comunicato il rigetto della domanda e quindi l’ordine di rimpatrio. Immaginate il senso di umiliazione e d’impotenza assolute, il panico e l’angoscia per il destino imminente: il ritorno in un paese che, sebbene uscito finalmente dalla guerra civile decennale, è tuttora traumatizzato e percorso da miliziani di varie fazioni che terrorizzano la popolazione.

A questo punto provate a figurarvi come reagireste. Non è da escludere che vi verrebbe in mente un atto di protesta plateale, di portata pari all’ingiustizia, umiliazione, impotenza che vi sono inflitte. E che c’è di più realizzabile e plateale del suicidio per fuoco? Morire per morire, forse pensereste, meglio andarsene ribellandosi contro l’ingiustizia e gridando al mondo la vostra disperazione.

Stiamo parlando, com’è ovvio, del diciannovenne ivoriano che il 14 febbraio scorso ha tentato il suicidio per fuoco e che ora è ricoverato in un ospedale romano in condizioni assai critiche. Al suo gesto spettacolare, l’informazione mainstream, almeno quella in rete, ha inizialmente riservato articoli approssimativi, privi di ogni pietas, in cui l’elemento più di rilievo erano “i momenti di paura dei passeggeri”. A questo non aveva pensato, il giovane ivoriano. Non si era soffermato a riflettere che il suo “folle gesto” avrebbe impaurito i passeggeri, né aveva presagito che già il giorno dopo sarebbe scomparso dalle homepage dei maggiori quotidiani italiani.

Eppure doveva aver concepito il suicidio per fuoco per ciò che è: atto di protesta per eccellenza, gesto sovversivo di sottrazione violenta del proprio corpo alla violenza del sistema, per citare Jean Baudrillard. Egli è stato ingenuo, perfino fiducioso nel prossimo, a supporre che non vi sia nulla di più potente di una torcia umana per attirare l’attenzione e scuotere le coscienze. Non aveva considerato che il suo gesto cadeva in piena campagna elettorale. Né previsto che nella maggior parte delle effimere cronache non sarebbe stato lui il protagonista del caso, bensì coloro che lo hanno soccorso, un poliziotto e una funzionaria: i veri “eroi”, come li definisce Il Messaggero. Che più tardi, al pari della Stampa e del Corriere della Sera, perlomeno aggiungerà al pezzo le dichiarazioni di Christopher Hein, direttore del Cir – il Consiglio italiano per i rifugiati –, il quale denuncerà con forza l’ennesima tragedia provocata dal “Regolamento Dublino” e il fallimento del sistema europeo di protezione.

Chissà se il gesto autodistruttivo del giovane ivoriano aprirà qualche minuscola breccia nella “razionalità” del sistema. Chissà se produrrà un sia pur lieve turbamento nella politica, tutta impegnata in una competizione elettorale feroce quanto mediocre. Chissà se il “folle gesto” riceverà qualche commento, almeno da parte dei capilista delle formazioni di centrosinistra e di sinistra: così avare, almeno nei loro programmi ufficiali, nel concedere parole alle diaspore, che pure sono parte costitutiva del nostro mondo.

Nel caso migliore, quello di Rivoluzione civile, al tema sono riservate poche righe essenziali, ma in un paragrafo dedicato alla laicità e le libertà: si rivendica l’abrogazione della Bossi-Fini, la chiusura dei Cie, una “nuova legislazione in materia di immigrazione”, nonché “una legge per il diritto d’asilo e cittadinanza ai nati in Italia”. Certo, sono obiettivi del tutto condivisibili, ma enunciati succintamente e privi di contesto: non v’è cenno di analisi a proposito della centralità politica del tema dei diritti dei migranti, dei rifugiati, dei rom e della battaglia contro il razzismo. Né si sottolinea il loro valore strategico, se si vuole incrinare la cultura berlusconiana che impregna buona parte del paese.

Più recentemente, rispondendo all’appello di Amnesty International, Antonio Ingroia aggiungerà, giustamente, che “la politica dei respingimenti va respinta una volta per tutte”. A proposito di uno dei punti essenziali dell’appello – la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione dei rom – risponderà che “questa tendenza va invertita sia con fondi adeguati per la sicurezza, sia puntando su modelli lungimiranti di assistenza”. Nessun riferimento alla necessità di smantellare il sistema dei “campi” in favore di soluzioni abitative dignitose, per nominare solo una delle questioni centrali.

Ancor più essenziale il programma di Sel, ridotto a pochi obiettivi, non articolati e inseriti perlopiù in un paragrafo dedicato all’Europa: “libera circolazione delle persone, anche per garantire il diritto alla ricerca di lavoro”, “pienezza dei diritti civili, sociali e politici, con regole certe, per le donne e gli uomini che vengono dal mondo dell’immigrazione”, “diritto di cittadinanza di nascita”, “ampliamento del diritto d’asilo” e “riconoscimento del diritto di voto ai migranti residenti”. Altrove, nel paragrafo sulla crisi e la sinistra si allude al “diffondersi di atteggiamenti xenofobi e razzisti” e in quello dedicato al lavoro si accenna al superamento del caporalato, le cui vittime principali sono i migranti. La discriminazione e segregazione dei rom, la Bossi-Fini e i Cie non sono nominati.

Un consiglio ai nostri candidati. Si distraggano un attimo dalla campagna elettorale. Indaghino, soprattutto i tanti giuristi presenti nelle liste, sulle circostanze del rigetto della domanda di protezione internazionale presentata dal giovane ivoriano e sul perché – come si chiede Christopher Hein – egli non sia stato informato del diritto di fare ricorso. Si adoperino affinché gli sia permesso di restare legalmente in Italia. Se ne gioverebbero anche sul piano elettorale: non è esiguo il numero delle persone impegnate nel movimento antirazzista o semplicemente sensibili a questi temi che sono incerte se andare a votare.

(15 febbraio 2013)



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