Il G 8 di Genova 2001 non fu un incidente: ricordiamoci chi rappresentava l’Italia
Angelo D’Orsi
, da Il Fatto quotidiano, 10 aprile 2015
Ricordo la conferenza stampa governativa, Genova, luglio 2001, a G 8 ancora in corso : con Berlusconi e Fini, era presente anche il ministro degli Esteri, Renato Ruggiero, che doveva rappresentare l’anima progressiva del governo, il secondo guidato (si fa per dire) dall’allora Cavaliere. Un governo che durò, malgrado i continui rimpasti, fino all’aprile 2005. Fu per durata e composizione forse il peggior ministero della Repubblica. Basti scorrere quei nomi, per farsene un’idea: Fini, Gasparri, Alemanno, Scajola, Tremonti, Martino, Stanca, Letta, Bonaiuti, Tremaglia, Prestigiacomo, Bossi, Maroni, Castelli, Matteoli, Buttiglione, Marzano, Moratti… Un vero museo degli orrori; o delle cere, a scelta. Ebbene il grande modernizzatore “americano”, Ruggiero ebbe a dire, visibilmente infastidito – il cadavere di Carlo Giuliani era ancora caldo –, che gli Stati non si reggono con i Pater noster.
In effetti, no: a giudicare dalla “macelleria messicana” della caserma Diaz (ma andrebbero ricordati ora per ora, minuto per minuto, i giorni di Genova), lo Stato italiano, sotto Berlusconi, si reggeva con la sopraffazione, l’abuso di potere, la violenza estrema, fino alla tortura. Ora che c’è una condanna dell’Italia, da parte dell’Alta Corte per i diritti umani di Strasburgo, appare difficile trincerarsi dietro frasi di circostanza, o accettare le dichiarazioni di rito: la polizia italiana è un corpo sano, ma ci sono le mele marce, etc. Quello che accadde a Genova fu talmente eclatante da suscitare una enorme produzione saggistica, letteraria, cinematografica, e fece dire ad Amnesty International che nel luglio 2001, in Italia, si era assistito alla più grave violazione dei diritti umani in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale. E la condanna della Corte ora ne costituisce una pesante conferma.
Tuttavia, poiché si parla di “condanna dell’Italia”, è opportuno rammentare chi rappresentava l’Italia, chi era al governo. Rammentare che il capo del governo di giorno fingeva di fare lo statista, tra una telefonata e l’altra con procacciatori di “carne fresca”, e di sera si dava alle famose “cene eleganti”, con uno stuolo di procaci fanciulle in vendita, o in affitto. Rammentare anche che il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, era in Questura a Genova a “coordinare le operazioni” che, evidentemente, furono considerate operazioni belliche in una città occupata militarmente, quasi un episodio di una guerra coloniale, nella quale, si sa, gli occidentali consideravano sotto-umanità gli indigeni, e dunque a loro si possono infliggere vessazioni, torture fisiche, umiliazioni morali; si possono torturare, stuprare, ammazzare. Come accadde precisamente a Genova.
Quei giorni, va ricordato anche questo, erano i giorni del G8. Ossia gli aspiranti padroni del mondo si spartivano la torta, disegnando zone di influenza o di espansione commerciale, di sfruttamento di materie prime, da importare a basso costo, e di esportazioni, a prezzi possibilmente maggiorati, di grandi infrastrutture su cui le mafie internazionali potessero lucrare, e così via. E studiavano nuove misure per tenere a bada chi era fuori della Fortress Europe, scongiurando il rischio di “invasioni” o frenando quelle in corso. In realtà, i padroni del mondo erano altri, e non stavano a Genova, e quelli erano là semplicemente in veste di portavoce dei grandi potentati finanziari. La crisi era di là da venire, ma i ragazzi, le donne, gli anziani, persino i bambini scesi in strada a Genova volevano solo avvertire che il mondo stava andando a sbattere, che non era quella la rotta da seguire, che l’ingiustizia era troppo grande, che le disuguaglianze stavano crescendo, tra il Nord e il Sud, che la terra sopravviveva sempre più a fatica, in un ambiente degradato, con risorse in esaurimento. Era un grido d’allarme, davanti al quale una classe politica inetta e corrotta, seppe solo rispondere alzando il bastone e colpendo alla cieca.
E il grido che si levò dalle piazze di Genova, divenne un urlo orribile: quelle scene sono sempre davanti ai nostri occhi, e a distanza di tanto tempo, facciamo fatica a rivedere. E a credere che non sia solo un film. Lo Stato non si regge con le preghiere, ma non si regge neppure con la tortura. Questo dice la sentenza, che ci addita come colpevoli. Lo è il “sistema Italia”, certo, ma, ricordiamo, in questo caso, che noi “sappiamo i nomi”, per citare Pasolini. Ma non possiamo condannarli, perché il reato commesso (la tortura) non è previsto dalle nostre leggi. Ma, aggiungo, se ci fosse la legge, quei politici, quei poliziotti (a cominciare dal capo supremo De Gennaro), sarebbero finiti in galera?
(10 aprile 2015)
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