Il partito di Grillo fra Rousseau e Marx… e i miliardari d’America
Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle hanno ottenuto un indubitabile trionfo alle ultime elezioni politiche sospinti da una dilagante sfiducia verso i partiti. Ma non è anche quello di Grillo un partito? E perché allora continua a negare di esserlo? Dietro ci sono solo comprensibili ragioni di “marketing” o qualcosa di più profondo?
Fra le più gettonate “icone web” circolate all’indomani delle elezioni politiche è senza dubbio da annoverare l’ormai celebre video in cui l’ex segretario dei Ds Piero Fassino si produceva in un’incauta esortazione – venata da un polemico spirito di sfida – nei confronti di Grillo: «Dato che Beppe Grillo vuole fare politica, fondi un partito, metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni: vediamo quanti voti prende… Perché non lo fa?”. Come era prevedibile l’attuale sindaco di Torino è stato travolto dagli sberleffi del popolo grillino, forte dello straordinario risultato appena riportato nelle urne.
Rimane il fatto che il Movimento 5 Stelle ha fatto proprio ciò che ha sempre negato di voler essere o fare: è diventato un partito e ha partecipato alle elezioni.
Ora: chi scrive non ha assolutamente nulla contro i partiti o il concetto di partito, per quanto riconosca che la sua sia una posizione piuttosto controcorrente di questi tempi (secondo i sondaggi il 96% degli italiani è di parere opposto. E non ci vuole chissà quale sociologo per intuirlo. Né ci vuole chissà quale straordinaria capacità di “capire il paese profondo”, come si sono affrettati a dire tutti discettando delle ragioni del successo dei 5 Stelle). Dunque: non c’è nulla di male nel farsi partito, nel partecipare alla competizione elettorale, nel darsi da fare perché dei propri rappresentanti entrino nelle istituzioni e conducano anche lì dentro le loro battaglie. Il problema è quando succede esattamente l’opposto, quando qualcuno minaccia di trasformare in un «bivacco di manipoli» l’aula «sorda e grigia» del Parlamento e poi magari passa anche all’azione (con buona pace di qualche sciocchezza di troppo sfuggita di bocca alla neocapogruppo del M5S a proposito di fascismo e dintorni).
Bene così, dunque. Se mai conta soffermarsi sul perché i capi di questo partito (Grillo e Casaleggio), come anche i suoi attivisti e rappresentanti, neghino risolutamente il carattere partitico della loro organizzazione. C’è indubbiamente una comprensibile ragione di marketing elettorale: partito è una parola brutta (come tasse, burocrazia e tante altre) e movimento è una parola bella (come partecipazione, onestà e tante altre). Ma c’è anche qualcosa di più.
La polemica nei confronti dei partiti politici precede addirittura l’affermazione della democrazia moderna. Scriveva Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale (1762): «Se, quando il popolo sufficientemente informato delibera, non vi fosse alcuna comunicazione tra i cittadini, dal gran numero delle piccole differenze balzerebbe sempre fuori la volontà generale e la deliberazione sarebbe sempre buona. Ma quando si creano delle fazioni, delle associazioni particolari a spese del tutto, la volontà di ciascuna di queste associazioni diventa generale in rapporto ai suoi membri e particolare in rapporto allo stato: si può dire allora che non vi sono più tante volontà quanti sono gli uomini, ma soltanto quante sono le associazioni; le differenze diventano meno numerose e danno quindi un risultato meno generale».« È dunque necessario», così concludeva il grande filosofo ginevrino, «perché si abbia chiaramente l’espressione della volontà generale, che non vi siano società particolari nello stato e che ogni cittadino non ragioni che con la sua testa».
Questo tipo di critica al partitismo come sintomo di una faziosità che mina alle fondamenta la formazione di una volontà generale giusta è un filo rosso che ha attraversato tutta la filosofia politica dei secoli successivi. Ha avuto connotazioni di destra – il partito come patologia, come germe della “separazione”, contrapposto alla celebrazione organicistica dell’unità della Nazione – oppure di sinistra – la volontà del popolo e del proletariato condensata nell’“unico partito” e contrapposta agli “interessi borghesi” difesi dagli altri partiti.
La stessa critica mossa da Beppe Grillo all’articolo 67 della Costituzione Italiana («Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato») ha antesignani illustri. In La guerra civile in Francia Karl Marx salutò la Comune di Parigi del 1871 come l’«araldo glorioso di una nuova società», la formula politica, finalmente rivelata dalla Storia, per la dittatura proletaria. «La Comune», spiegava Marx, «fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento». Il mandato imperativo era dunque elemento fondamentale della “democrazia socialista”. Non mancava nemmeno un riferimento allo “stipendio dei parlamentari”: già allora l’attacco contro la Casta era prerogativa di ogni processo di radicale cambiamento: «Dai membri della Comune in giù», sono sempre le parole di Marx, «il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello stato scomparvero insieme con i dignitari stessi. Le cariche pubbliche cessarono di essere proprietà privata delle creature del governo centrale».
Insomma, Grillo non ha inventato nulla. Sono più di duecento anni che la battaglia politica si avvale degli stessi spunti polemici. E non solo in pensatori “originali” e rivoluzionari come l’estensore del Manifesto del partito comunista.
Detto questo, il vincolo di mandato attualmente è previsto solo in Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India. La ragione dell’assenza di vincolo di mandato è molto semplice. «L’articolo 67 della Costituzione non è una copertura al trasformismo politico», ha spiegato in questi giorni con estrema chiarezza l’ex presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli. «La Carta consente ad ogni parlamentare di ragionare con la propria testa, sempre in nome dell’interesse della collettività. Non vedo come non possa essere lasciata al parlamentare la libertà di scelta personale. Pensiamo agli argomenti etici o alle decisioni sugli eventi bellici. I comportamenti trasformisti non sono legittimati dalla Costituzione, però devono essere le forze politiche a sanzionarli o in ultima analisi gli elettori».
Il paradosso di fronte al quale ci troviamo di fronte è che Grillo critica i partiti, nel nome di una sorte di “neo-rousseauismo” finalizzato a sancire il trionfo della volontà popolare, e nel contempo carica a testa bassa contro l’assenza di vincolo di mandato. Ma allora quale sarebbe la fonte di quel mandato che Grillo vorrebbe imperativo? Il sospetto è che sia il capo del partito (che nel caso in questione è perfino proprietario del suo marchio). È da augurasi che non sia così. E che questi sospetti siano prontamente fugati non appena i gruppi parlamentari del M5S avranno mod
o di farsi vedere all’opera.
Quanto alla polemica nei confronti dei partiti politici in senso lato, risultano ancora di grande attualità e insegnamento le parole che Hans Kelsen scrisse nel lontano 1920 nel suo Essenza e valore della democrazia: «Solo la illusione o la ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza partiti politici». «L’ideale di un interesse generale superiore e trascendente gli interessi dei gruppi e perciò partiti, l’ideale di una solidarietà di interessi di tutti i membri della collettività senza distinzione di confessione, nazionalità, di ceto, etc., è un’illusione metafisica». «Data l’opposizione degli interessi» che è propria delle società moderne, infatti, «la volontà generale, se non deve esprimere esclusivamente l’interesse di un solo gruppo, non può essere che la risultante, il compromesso fra interessi opposti. La formazione del popolo in partiti politici è, in realtà, un’organizzazione necessaria affinché questi compromessi possano venire realizzati». L’alternativa è il dominio di un solo gruppo che si proclama interprete del bene comune “rettamente inteso”.
Concludiamo, giusto per non farci mancare nulla in termini di impopolarità delle posizioni sostenute, con una piccola nota sul finanziamento dei partiti. Quasi tutti ormai si dicono contrari al finanziamento pubblico. Fermo restando che gli abusi vanno sanati con la massima severità, non ci sarebbe modo migliore per sottoporre la politica ai diktat dei grandi poteri economici e finanziari che importare anche da noi il “sistema americano”. E non si citi il caso di Obama – con i suoi soldi raccolti attraverso tante piccole donazioni di elettori comuni durante le campagne elettorali – per dimostrare la possibilità di una politica “sana” che vive solo della passione dei cittadini. Da grande ammiratore di Obama (e da autore di un libro inequivocabilmente intitolato “”) dico che il peggior pericolo in politica è quello di cominciare a credere alla propria stessa propaganda. Qui non siamo nemmeno nell’“illusione metafisica” evocata da Kelsen. Siamo proprio nel mondo delle fiabe. E le fiabe vanno lasciate ai bambini.
(6 marzo 2013)
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