Il partito Monti e la casamatta dell’antipolitica

Paolo Flores d’Arcais

, da il Fatto quotidiano, 17 novembre 2012

Quante sono le destre che si presenteranno alle prossime elezioni? Dove finiranno i voti del partito di Berlusconi in via di disfacimento? Dalle risposte dipenderà se il Pd sarà il primo partito, come ripete la grancassa mediatica, o se le certezze di Bersani finiranno come la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto.

Oggi si riunisce il crogiuolo promotore di una nuova destra, con ambizioni egemoniche: Cordero di Montezemolo, il ministro Riccardi, Bonanni (vale a dire la Cisl) e alcune decine di associazioni, in larga misura del mondo cattolico. La presenza meno significativa è proprio quella che manda in solluchero tanti “osservatori”, LCdM. L’uomo forte dell’operazione è invece Andrea Riccardi, capo della “Comunità di sant’Egidio”, legatissimo al Papa e con una rete vastissima di rapporti in tutti i settori dell’establishment, poteri forti o deboli o senza aggettivo che dir si voglia. E con una capacità di attrazione anche a “sinistra”, nel senso scolorito e innocuo della parola.

Si tratta in sostanza del “partito Monti”. Il cui risultato elettorale dipenderà dalla decisione dello stesso Monti di avallarlo ufficialmente. In tale prospettiva, infatti, assisteremmo a uno smottamento sia nel Pd che nel Pdl, qui già in atto (l’uscita di Pecorella, per vent’anni durlindana giudiziaria di Berlusconi, con già una decina di parlamentari) e che diventerebbe frana e forse valanga, ma anche nel Pd porterà a defezioni pesantissime, se Bersani sconfiggesse Renzi alle primarie confermando l’alleanza con Vendola.

Il “partito Monti” ha un vantaggio inestimabile sul “centro” di Casini, per quante aperture il leader dell’Udc possa fare a tutte le Marcegaglie immaginabili: è l’unica forza “moderata” che possa intercettare zone significative di un elettorato ormai imbestialito contro i partiti tradizionali. (En passant: “centro” e “moderati” vanno obbligatoriamente fra virgolette, in quasi tutti i paesi europei queste forze sono catalogate come destra, senza infingimenti, in Italia l’onda lunga del gesuitismo eufemistico è invece ancora attiva). Il partito del premier, se quest’ultimo “ci metterà la faccia”, come si usa dire nell’italiano degradato ormai dilagante, potrebbe anzi diventare, con l’Udc a rimorchio, il primo partito.

Dove finiranno, infatti, i voti per vent’anni affatturati da Berlusconi? Il berlusconismo (con Bossi) è stato il lepenismo italiano. Lepenismo nababbo e videocratico, del tutto estraneo alla destra liberal-conservatrice dei Chirac, delle Merkel, dei Cameron. Ma lepenisti non erano certo moltissimi dei suoi elettori (e meno che mai nababbi). Manipolati e illusi, più spesso, perché il bisogno di fede e speranza (non di carità, purtroppo), anche contro ogni evidenza empirica (e, nel caso dei politici berlusconiani, lombrosiana), è il più connaturato a Homo sapiens (come spiega il bellissimo libro di Girotto, Pievani e Vallortigara Nati per credere). Sia chiaro, però: chi nei media per due decenni ha spacciato Berlusconi per “liberale” era un consapevole mentitore o un perfetto imbecille.

Quei voti non erano necessariamente di destra. Non esistono voti ontologicamente di destra, centro, sinistra, e sempre meno lo sono quelli per appartenenza e radicata tradizione. Ogni elettore sceglie, di volta in volta, tra le spinte di valore e di interesse che lo animano (spesso contraddittorie), l’“offerta” elettorale che in quel momento meno si allontana dalla questione che reputa più rilevante. La mobilità elettorale cresce in ragione esponenziale. Un elettore su due oggi orientato a non votare significa 25 milioni di cittadini potenzialmente conquistabili da qualsiasi proposta nuova. Berlusconi pensa di attrarli sparando sull’euro e puntando su Briatore più centinaia di figuri dell’imprenditoria all’italiana (familismo amorale ed evasione a go go). Come dire che getta la maschera, e anche ogni lucidità residua.

Il 7 aprile (o a marzo, se Napolitano la darà vinta a Berlusconi una volta di più) vincerà chi riuscirà a conquistare la casamatta strategica dell’antipolitica. In realtà è così da vent’anni, Berlusconi si presentò come “il fare” dell’imprenditoria contro la corruzione e la chiacchiera dei partiti, Prodi come il “valore aggiunto” dell’Ulivo, legittimato dalle primarie. Era puro inganno il primo e più che equivoco il secondo, ma senza il richiamo (ingannevole) alla società civile non avrebbero mai vinto. Questa antipolitica è in realtà un fenomeno composito: tradizionalmente “qualunquista” nel dopoguerra, si caratterizza in Italia da vent’anni prevalentemente come esigenza di Altrapolitica, iper-democratica e di realizzazione dei valori (ancora largamente disattesi) della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Prevalentemente, ma in modo spurio, intrecciato con pulsioni opposte, reazionarie e al limite anche razziste. Talvolta perfino nella psiche dello stesso singolo elettore.

La destra presentabile esibirà perciò il loden tecnico-finanziario di Monti e la carità efficientissima del ratzingeriano Riccardi. Bersani dovrà inventarsi una “lista arancione” per inzuccherare la sua alleanza partitocratica. Resta Grillo. Con insopportabili atteggiamenti padronali (l’opposto di “uno vale uno”), e una processione di altre modalità scarsamente “giustizia e libertà”, costituisce però l’unica opzione che si contrapponga al baratro civile (Berlusconi / Briatore), alla dismisura del privilegio (Monti), alla morta gora (Bersani) della politica separata dai cittadini e asservita agli establishment nazionali e internazionali.

(17 novembre 2012)



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