“La città dei vivi”, uno sguardo nell’abisso della ferocia

Marilù Oliva

Con “La città dei vivi”, da poco uscito per Einaudi, il Premio Strega Nicola Lagioia ha trasposto in letteratura uno dei casi di cronaca più terribili che hanno scosso il nostro paese, quello dell’omicidio di Luca Varani. Scenario di un delitto di cui perfino i protagonisti non riescono a rintracciare un senso – tanta è l’atrocità e l’assurdità – è una città eterna su cui lo scorrere dei secoli ha deposto strati di barbarie, cinismo e indifferenza, magnificamente riprodotti nella scena del gabbiano che si ciba di un topo squarciato o in altri sketch che l’autore ha rubato alla selvaggia quotidianità della capitale. Una catastrofica Urbe dove i turisti vengono imbrogliati e imbrigliati nelle loro stesse aspettative – spesso disilluse –, dove i rifiuti esondano e dove la pioggia, quando cade, sembra diluvi perché fa saltare i tombini, sballare il traffico e spezzare i rami degli alberi.

Qui, in un appartamento del Collatino, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016, viene torturato e ucciso Luca Varani e l’autore ce lo racconta travalicando i fatti crudi, ossequiando la dimensione corale della geografia urbana, ovvero realizzando una polifonia di punti di vista (con narratore in gran parte eterodiegetico) che va dagli assassini ai magistrati, ai familiari, ai vicini di casa, ai testimoni, ai conoscenti. Il lettore scopre quindi, tra le tante altre cose, il completo smarrimento in cui naufragava Manuel Foffo il giorno della confessione, la dedizione di Marco Prati alla cantante Dalila, la preoccupazione dei coniugi Varani quando il figlio non tornava a casa, pareva scomparso nel nulla, le reazioni di chi era coinvolto e risucchiato nella vicenda, la delicatezza dei carabinieri nel comunicare la cattiva notizia, lo stordimento, l’incredulità. Come quella della madre di Manuel:

«Non c’è niente di più difficile che far cambiare idea ai genitori sul conto dei propri figli. Ci sono genitori persuasi che i figli siano irrimediabilmente dei perdenti, altri credono di avere messo al mondo dei geni, o più modestamente delle creature incapaci di sbagliare. Questo tipo di cecità può esasperare, ma in casi estremi muove a compassione. Vera o falsa che fosse, incominciò a diffondersi la voce che la mamma di Manuel trascorse i mesi successivi all’arresto affacciata alla finestra, ferma ad aspettare che suo figlio tornasse».

La ricostruzione si snoda anche attraverso passaggi documentali essenziali, scambi su cellulari, dichiarazioni, lettere di addio, stralci di articoli di giornali che non appesantiscono mai la narrazione, perché si intrecciano alla parte romanzesca che risponde al realismo dei fatti, e talvolta si infila anche l’autore (come narratore interno), perché un’esperienza come questa – nata da un reportage e divenuta romanzo – non può non toccare nel profondo. Ma sopra le azioni svettano i sentimenti, le percezioni, le motivazioni, inseguite raccogliendo i dettagli di un discorso, di un talk-show, di una confessione e la prima indagine diventa quella che scruta l’animo umano, quella che porta l’autore a riflettere, porsi dubbi, domande, ribaltare le prospettive e, dopo aver letto un post scritto dal padre di uno degli assassini – e scritto perché mosso da sdegno per la propria reputazione minacciata – perfino a provare un sentimento di compassione.

Ciò non significa che vittima e carnefice si trovino sullo stesso piano, per questo occorre un lavoro attento di ricostruzione della storia: il tentativo è comprendere la dimensione umana, smontare ogni castello di carta, indovinare ogni menzogna, raccontare anche le omissioni, abbattere la poetica degli equivoci, rincorrere le responsabilità – qui collettive – che hanno teso a rendere il fatto così nero e maledetto, un labirinto dove ognuno si è rivelato diverso rispetto a come è stato conosciuto dalle persone a lui più vicine:

«Mi sforzavo di capire, ma era come guardare in un pozzo dopo il calar del sole, e fu forse perché nel buio si credono di vedere le cose più assurde, o si indovinano le più interessanti, che arrivai a pensare che fosse la vicenda, nella sua intrinseca malvagità, a distorcere le cose, pensai che questa entità avesse una volontà propria, degli interessi propri, il male chiama il male e certe forme retoriche sono i suoi strumenti di contagio, così il male ci irretisce, pensai ancora, gioca a confonderci, usa schegge di realtà per convincerci di cose che non sono vere».

I personaggi che molti di noi hanno intravisto attraverso i programmi televisivi o i giornali sono qui tratteggiati con estremo scrupolo e acquisiscono una tale nitidezza che sembra di vederli muoversi in carne ed ossa. Come Marco Prato, poco prima del suo estremo gesto suicidario:

«I racconti che per un anno erano fioccati intorno a lui lo avevano reso nella fantasia della gente un personaggio da film – camaleontico, contraddittorio, paurosamente lucido, scisso, ipersensibile, manipolatore, capace di ogni astuzia, disposto a tutto pur di veder scintillare la sua immagine – senza che tuttavia quasi nessuno, dal giorno dell’omicidio, lo avesse mai visto in azione. Che cosa sarebbe accaduto al processo? Come si sarebbe presentato Marco Prato in pubblico? Che faccia avrebbe offerto a fotografi e telecamere? Con quale tono di voce si sarebbe rivolto alla giuria?».


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472 pagine condotte con una bella scrittura limpida, sempre magistrale ma più pop rispetto a quella aulica di “La ferocia” (Einaudi, 2014), che si sposa magistralmente alla materia trattata e alla complessità e varietà delle fonti contemplate. C’è una verità giudiziaria – che è già stata scritta – e una verità storica, cui Lagioia attinge per innalzare un’altra verità, che è quella dell’esistenza del singolo, dei suoi abissi, delle sue fragilità, delle sue ombre. Abuso di coca, pregiudizi verso l’omosessualità (tenuta nascosta), prostituzione, scompensi affettivi, episodi che hanno squarciato voragini nella psiche dei soggetti più deboli: questi elementi fanno da contorno all’illogicità di un crimine compiuto all’insegna della violenza sfrenata, solo in apparenza privo di movente.

Per certe cose non ci sarà mai risarcimento, lo sappiamo. Ma se un barlume di speranza si può rintracciare in un esperimento di giustizia – “Il libro dell’incontro” – che può essere esempio edificante, quello che possiamo fare noi, nel quotidiano, è aprire le porte dell’empatia, predisporci all’incontro. Ovunque. Sì, anche l’apocalittica Roma alla fine si riscatta con la sua generosità. Al di là della catastrofe impellente, lo sa perfino il turista, seppur scippato e spennato al ristorante: oltre la sua patina di marcio e di corrotto, Roma ci stupisce perché regala molto di più di quello che chiede in cambio.

(11 novembre 2020)




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