La filosofia non abita più qui
Mauro Barberis
Trasecolo, allibisco e non mi capacito che la fra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, iniziata per propagandare un convegno organizzato dal secondo, sia diventata poco meno che il tormentone dell’estate.
Le ragioni dell’exploit credo siano tre. La prima ragione è che la discussione sembra occuparsi di qualcosa come l’opposizione fra ermeneutica e new realism; a tutti gli spettatori, dunque, e pure a qualcuno dei partecipanti, sembra che così ci si occupi di filosofia, o addirittura che si faccia filosofia: sicché qualsiasi studente di liceo, che non abbia mai conosciuto in vita sua, se gli è andata bene, altro che la storia della filosofia, riesce a orientarsi perfettamente nel dibattito, a prendere partito per l’una o per l’altra posizione e magari, nei casi migliori, a rendersi conto che entrambe, per come sono articolate in questa discussione di mezza estate, finiscono per risultare troppo generiche per poter anche solo cominciare a discuterle.
La seconda ragione è che la discussione sembra richiedere di schierarsi: Coppi o Bartali, Madonna o Lady Gaga, ermeneutica o new realism, il menu è sempre questo. Solo gli addetti ai lavori – come Franca D’Agostini, con cui concordo su tutto, e Pierfranco Pellizzetti, con cui concordo su questo – si accorgono che la discussione, cui si vorrebbe dare aura di internazionalità e di aggiornamento ricorrendo ai soliti trucchi, ha respiro poco più che torinese, arriva sì e no al Piemonte orientale e all’omonima (rispettabilissima) università. Voglio dire: solo nell’ambiente ermeneutico o post-ermeneutico dell’ex scuola di Vattimo la proclamazione di Ferraris che la realtà dopotutto esiste può ancora suonare come un’intollerabile provocazione; in qualsiasi altro ambiente, temo, si tende a discutere di cose serie.
La terza ragione, l’unica per cui valga la pena infilarsi nel frullatore della discussione, è la sensazione che la questione sia maledettamente importante non solo filosoficamente, qualsiasi cosa ciò significhi, ma persino politicamente: che ne dipendano, cioè, cose come il nostro atteggiamento nei confronti della realtà, sempre ammesso che esista, il nostro impegno politico, e soprattutto – perché stringi stringi, alla faccia dell’universalità, sempre lì si va a parare – la nostra resistenza al berlusconismo. Ebbene, posso permettermi di dire – dopotutto, intervengo solo per questo – che la discussione fra ermeneutica e new realism, o fra postmoderno e ultramoderno, non ha niente a che fare, ma proprio niente, con tutto questo? Che non cambia assolutamente nulla, per i nostri annosi problemi politici, se vincono il vattimismo o il post-vattimismo?
A questo punto, però, mi rendo conto che non posso cavarmela così: non posso togliermi d’impaccio riducendo questo ampio ed elevato dibattito alla stregua di frescacce agostane, insultando implicitamente decine di stimati colleghi. Resto in debito con loro, e anche con i visitors del sito, di chiarire almeno cosa diamine intendo, per fare filosofia, in cosa farla differisce radicalmente da questa discussione, e persino cosa questa attività filosofica possa avere da spartire, ammesso che ce l’abbia, con l’impegno pratico e politico. In due parole, credo che fare filosofia non equivalga a occuparsi dei massimi sistemi o dei problemi eterni, e meno che mai a fare storia della filosofia, neppure con la scusa di apprendere il proprio tempo con il pensiero. Piuttosto, consiste nel chiarificare i problemi che si pongono ai cultori delle diverse scienze, arti, tecniche e discipline: dai biologi ai giuristi, dagli psicologi ai massmediologi. Se ci si abitua a fare questo – a confrontarsi umilmente con problemi semi-tecnici – allora, posti improvvisamente di fronte ai Problemi del Paese, credo si tenderà a reagire come quella mia amica “analitica” argentina la prima volta che ascoltò il Cavaliere in televisione: appunto trasecolando, allibendo, e non capacitandosi.
(30 agosto 2011)
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