La fine politica degli estremisti già segnata dalle rivoluzioni
Gilles Kepel
, Repubblica, 3 amggio 2011
La morte fisica di Osama Bin Laden, ucciso da un commando americano nella sua residenza di Abbotabad, nei dintorni della capitale pachistana, fa seguito alla morte politica del capo di Al Qaeda, liquidata dalle rivoluzioni democratiche arabe i cui slogan erano agli antipodi della sua ideologia islamista radicale. Fosse stato eliminato da George W. Bush durante la Guerra contro il Terrore, Bin Laden avrebbe potuto servire da martire della causa jihadista, perfino da icona per i diversi movimenti anti-occidentali del mondo musulmano. La sua morte chiude un oscuro decennio nelle relazioni tra il mondo arabo e musulmano e l’Occidente, aperto dagli attentati dell’11 settembre e chiuso dalla rivoluzione del gelsomino, dalla piazza Tahrir al Cairo e dalle aspirazioni dei popoli arabi alla democrazia e ai diritti dell’uomo.
Certo, la nebulosa di Al Qaeda resta presente ed è ancora in grado di nuocere. Lo stesso Ayman Al-Zawahiri, il suo principale ideologo e capo propagandista negli ultimi anni, da quando le apparizioni pubbliche di Bin Laden si sono rarefatte, ha appena diffuso una cassetta di un’ora in cui prodiga i suoi incoraggiamenti ad Abboud al-Zomor, jihadista arrestato al momento dell’assassinio di Sadat, liberato alla caduta di Mubarak, che ha appena fondato un partito politico islamico-radicale in Alto Egitto. Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi) detiene sempre quattro francesi in ostaggio e l’attentato di Marrakech non ha ancora svelato tutti i suoi segreti. Il terrorismo resta presente, ma la sua capacità a mobilitare le masse musulmane è più debole che mai. Bin Laden, molto criticato in pubblico, da Casablanca a Giakarta, era lodato in privato per aver inflitto un’umiliazione all’America: con la sua eliminazione in un sans faute militare e politico, Obama riprende la mano e l’effetto sulla psicologia delle masse nel mondo musulmano dovrebbe contribuire a dissipare tali chimere.
I despoti arabi avevano ottenuto una sospensiva di dieci anni giocando sullo spauracchio: Ben Ali baluardo contro Bin Laden. Con la perdita di pertinenza di Al Qaeda, lo spazio politico arabo si è aperto dal dicembre 2010: fuori Ben Ali (e Mubarak, aspettando i prossimi sulla lista). Fuori anche, per davvero, Bin Laden. Il cambiamento in atto nel mondo arabo, opera delle forze sociali e politiche sul terreno, è rafforzata dalla morte del più carismatico dei jihadisti e la prudenza di cui danno prova i comunicatori della Casa Bianca – tenendosi lontani da qualsiasi trionfalismo, non diffondendo la foto del cadavere e annunciando che questo è stato trattato «secondo i riti musulmani» – è destinata ad evitare che l’indubbio successo politico della morte di Bin Laden non venga sviato.
La posta in gioco per Obama è considerevole. Questo presidente schernito dai suoi avversari dei tea party per la pusillanimità che gli attribuivano in Medio Oriente e la sua troppo grande preoccupazione per gli interessi arabi (e palestinesi) dal suo discorso al Cairo, è riuscito laddove sono fallite le smargiassate dell’amministrazione precedente, malgrado gli scarti liberticidi della Guerra contro il Terrore: uccidere il responsabile degli attentati dell’11 settembre, «rendere giustizia», secondo la sua propria espressione, alle vittime innocenti del World Trade Center, del Pentagono e dell’aereo schiantatosi a terra.
Oltre al recupero di popolarità che incasserà per la rielezione, ha ormai l’asso nella manica per il dossier che può contribuire a sbloccare la situazione in Medio Oriente: il rilancio del processo di pace e il riconoscimento dello Stato palestinese durante l’Assemblea generale dell’Onu in settembre.
(3 maggio 2011)
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