Le presidenziali statunitensi nel dilemma della democrazia

Elisabetta Grande

Le elezioni presidenziali statunitensi di martedì 3 novembre si presentano fra le più cariche di suspense che a breve si ricordi. La ricerca di analogie con precedenti tornate ha riportato alla mente di molti l’elezione di Abraham Lincoln nel 1860, quando timori di disordini civili e serie minacce di morte avevano accompagnato alle urne gli americani, che avrebbero eletto il candidato repubblicano sotto la cui presidenza venne cancellata la schiavitù. Allora il governatore della Virginia aveva promesso di rovesciare il risultato elettorale con le armi, portando le milizie private a Washington, qualora avesse vinto Lincoln, la cui visione sulla schiavitù era così diversa dalla sua. Oggi le milizie a favore di Trump promettono “to stand back”, ma anche “to stand by” (ossia di fare un passo indietro, ma anche di essere pronte), e mentre Walmart ha smesso di vendere fucili d’assalto nei suoi negozi per il timore di disordini in un paese in cui negli ultimi mesi è cresciuto moltissimo l’acquisto di armi, in Michigan – uno degli Stati chiave di queste elezioni – agli armati minacciosi di fronte ai seggi fanno da contrappunto i religiosi che sperano di inviare un messaggio di pace e di tranquillità agli elettori.

Nel 1860 la democrazia prevalse, i disordini e le minacce di morte non si verificarono e Lincoln divenne presidente perché aveva ottenuto più voti dei suoi avversari. Può oggi la democrazia prevalere quando il vincitore non necessariamente dovrà avere un maggior consenso popolare rispetto al suo rivale? È questo l’interrogativo di fondo che, in un momento di così alta tensione politica e civile, mette in forte dubbio la legittimità di quel meccanismo di elezione del Presidente americano – il collegio elettorale – che i padri fondatori disegnarono nel lontano 1787.

L’estate di quell’anno i padri costituenti decisero di fondare una Unione che non fosse solo di popoli, ma anche di Stati. A tal fine diedero vita a una camera bassa – la House of Representatives– in cui, a sugello del primo tipo di Unione, ciascuno Stato avrebbe avuto un numero di seggi proporzionale al numero dei suoi abitanti (anche se ai fini di quel conto si prescrisse che i neri schiavi – che ovviamente non votavano- valessero soltanto tre quinti di un bianco). Il Senato, viceversa, quale camera espressione del secondo tipo di Unione – quella fra Stati cioè – si stabilì fosse composto da due senatori per ogni Stato, indipendentemente dalla numerosità della corrispondente popolazione: ciò avrebbe consentito a ciascuno di avere la stessa importanza e ai più piccoli, e meno numerosi, di mantenere così peso politico.

Quando poi i padri fondatori dovettero immaginare in quale modo il secondo potere, quello esecutivo, e quindi il Commander in Chief – ossia il Presidente – sarebbe stato eletto, scelsero di renderlo contemporaneamente espressione dei due tipi di Unione e prescrissero l’istituzione di un collegio elettorale in cui ciascuno Stato fosse rappresentato attraverso un numero di grandi elettori uguale al numero dei seggi che gli sarebbero spettati nel Congresso tutto.

Certamente nel 1787, quando fu scritta la Costituzione statunitense, nessuno poteva immaginare quanto imponente sarebbe stata l’espansione dell’Unione (allora limitata a 13 Stati), né quanto notevole sarebbe stata nel futuro la diversità fra Stato e Stato, in termini tanto di caratteristiche degli abitanti, quanto soprattutto di popolosità. Il numero da allora quasi quadruplicato degli Stati dell’Unione e il notevolissimo aumento delle diversità della popolazione all’interno degli stessi -bianca, nera ispanica, asiatica, vecchia o giovane, più istruita o meno- ma soprattutto più o meno numerosa, creano invece oggi problemi di rappresentanza democratica quasi inesistenti nel 1787.

La differenza demografica in termini numerici fra il Wyoming e la California -il primo con una popolazione di 586.107 abitanti e l’altra di 39.144.818- fa ad esempio sì che, nell’elezione al Senato, il voto di un cittadino del Wyoming conti circa 67 volte di più di quello di un cittadino della California (https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2019/01/heres-how-fix-senate/579172/). D’altronde la differenza in termini di istruzione, età od origine etnica delle popolazioni dei diversi Stati dell’Unione favorisce generalmente il partito più conservatore, giacchè gli Stati più piccoli e meno popolosi, in cui il peso del voto elettorale è più forte, sono anche quelli i cui cittadini sono più vecchi, più bianchi e in maggior misura senza laurea rispetto alla media nazionale: caratteristiche, tutte queste, associate ad una predisposizione a votare il partito repubblicano. Quale esempio della sproporzione “razziale” si pensi che in California – stabilmente a maggioranza democratica a partire dagli anni ’90 del secolo scorso – solo il 38 per cento della popolazione è bianca, mentre nel Wyoming – stabilmente a maggioranza repubblicana dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso – lo è addirittura l’’86 per cento. È per questo che, come osserva un giornalista del Washington Post, Philip Bump, “Il Senato statunitense è dal 2014 controllato dai Repubblicani, che cumulativamente rappresentano meno di metà del paese: si tratta dello iato fra rappresentati e rappresentanti più duraturo dell’ultimo secolo” (https://www.washingtonpost.com/politics/2020/09/21/supreme-court-fight-highlights-new-political-reality-america-under-minority-rule/).

Per via dell’operare del meccanismo del collegio elettorale disegnato dai padri fondatori, la differenza nel peso del voto dei cittadini dei diversi Stati – e quindi la discrasia fra volontà popolare e rappresentanza – si ripercuote poi sull’elezione del Presidente. In questo caso il divario fra il valore del voto espresso dai cittadini dei diversi Stati è ovviamente meno drammatico, ma pur sempre importante. Per riprendere l’esempio precedente, il Wyoming esprime infatti un grande elettore ogni 193.000 abitanti, mentre la California ne esprime uno ogni 718.000. Ciò significa che il voto del cittadino del Wyoming pesa nell’elezione del Presidente oltre tre volte quello del cittadino della California e, seppur con sfumature meno sconcertanti, il tendenziale vantaggio di cui – come si è visto – godono i conservatori nell’elezione dei senatori si riverbera anche nell’elezione presidenziale. È sufficiente, insomma, che parecchi Stati più piccoli e meno popolati votino nella stessa direzione (che sovente è quella più conservatrice), perché si produca uno iato fra i voti popolari e chi risulta vincitore.


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Nel caso dell’elezione presidenziale, inoltre, nell’alterare la corrispondenza fra volontà popolare e risultato finale, gioca pure un sistema maggioritario secco che, su base statale e non di distretti all’interno degli Stati (salvo che in Nebraska e Maine), attribuisce l’intero pacchetto dei seggi spettanti allo Stato nel collegio elettorale a chi vince, anche di un solo voto, la competizione state-wide. Un margine di scarto bassissimo a favore di un candidato negli Stati in cui la competizione fra i due partiti è più forte può così determinare la sua vittoria, anche se in altri Stati egli ha subito una sonora sconfitta con altissimi margini di scarto da chi in quello Stato ha vinto. Nel 2016, per esempio, il sostanzioso margine di vittoria negli Stati di New York e della California non era servito alla Clinton per assicurarle un numero di grandi elettori sufficienti per una sua riuscita finale, al contrario di quanto accaduto a Trump che, con la sua vittoria di strettissima misura in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin (tutti Stati in cui l’elettorato è tendenzialmente più vecchio, più bianco e meno istruito della media nazionale), aveva superato i 270 seggi nel collegio. La storia potrebbe ripetersi fra qualche giorno.

Per il gioco combinato dei pesi diversi assegnati ai voti dei cittadini dei vari Stati e del maggioritario secco state-wide (il winner takes all system), nel 2016 Trump è divenuto presidente degli Stati Uniti pur avendo ottenuto più di tre milioni di voti popolari in meno rispetto a Hillary Clinton. Oggi si calcola che, per essere minimamente tranquillo di vincere il collegio elettorale, Biden abbia bisogno di 5 milioni di voti popolari in più rispetto a Trump. Quanto è democratico tutto ciò?

(2 novembre 2020)





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