L’Europa fra politica ed economia

Guido Rossi

, da il Sole 24 Ore, 4 marzo 2012

Le ultime due settimane sono state contraddistinte da un incredibile e fors’anche inaspettato coacervo di iniziative europee a vari livelli. La prima, ancora poco concreta, ma di grande affermazione di principi, è contenuta nella lettera di dodici Capi di Stato europei al Consiglio e alla Commissione, che indica in otto punti gli strumenti per un piano di crescita.

La lettera, firmata anche dal primo ministro del Regno Unito David Cameron, non porta la firma del duopolio franco-tedesco. Essa tuttavia non intende porsi contro la politica europea fino a oggi dettata, soprattutto dalla Germania, ma si propone di creare un’alternativa basata su diversi fondamentali principi, per risolvere la crisi con soluzioni di appoggio e di integrazione all’austerity. Questo è risultato chiaro dal commento del ministro Moavero, che insieme al premier Monti è stato il promotore della lettera. Segnale di compattezza degli Stati davvero importante, tenendo conto che per la prima volta vede insieme vari Paesi dell’Unione, i quali fino a quel momento apparivano slegati.

Venerdì, poi, è stato firmato da venticinque Paesi dell’Unione europea un Patto di bilancio, il c.d. "fiscal compact", che prevede la fine degli sforamenti dei deficit dei bilanci statali. Questo Patto, peraltro, non è stato sottoscritto né da Londra, né da Praga. Non solo. Ma nello stesso tempo l’Italia registrava un record quindicinale del debito pubblico al 120%, mentre la Spagna e la stessa Olanda dichiaravano la consapevolezza dell’incapacità di rientro dai loro deficit eccessivi.
Politiche di crescita e di austerity, pur tra loro assolutamente contraddittorie, vengono continuamente invocate come panacee per la crisi da Governi, Istituzioni, uomini politici, economisti, editorialisti, con singolare nevrotica dislessia, che non tiene conto della assoluta e comprovata contraddittorietà delle due politiche. Non è un caso che la disoccupazione stia aumentando vorticosamente, insieme alle altre diseguaglianze che conducono alla povertà, in palese contraddizione con le continue, quanto inutili, dichiarazioni di ottimismo.

O ttimismo che nelle due sopra riportate iniziative, la lettera e il Trattato, non sembra tener conto che la lettera, contrariamente a quelle spesso inviate dal duo franco tedesco o dalla Bce e dalla Banca d’Italia al Governo italiano, questa volta non ha che un valore simbolico. E neppure si tiene conto che il "fiscal compact" per diventare efficace deve essere approvato dai Parlamenti degli Stati membri.

È allora fors’anche possibile che se l’austerity e la crescita potranno provare a convivere, la mancanza di un sistema di completa democrazia federale europea porterà inesorabilmente al perseverare del primato dell’economia sulla politica. Non è neppure un caso, ad esempio, e va ricordato, che i conti dello Stato italiano del precedente Governo, per merito del ministro Tremonti, erano ben più in ordine e sotto controllo di quelli di molti altri Paesi, fors’anche dei più virtuosi, ma che l’assalto della speculazione finanziaria ai titoli di Stato italiani fu soprattutto dovuta alla crisi politica di una sfaldata maggioranza di governo non più credibile né all’interno né all’estero.

È pur vero che l’Europa sta procedendo per tentativi non unitari e che comunque il peso delle decisioni, anche per ragioni elettorali, ha avuto soprattutto risolutive prese di posizione tedesche.
È allora forse tempo che sia i governi sia i cittadini dei vari Stati si rendano conto che il vero problema europeo è esclusivamente di democrazia politica. Le diseguaglianze fra i vari Popoli potranno essere superate solo se vi sarà la vocazione e il diritto concreto alla cittadinanza europea. Fino a quando italiani, tedeschi, francesi, greci, olandesi, inglesi, e via dicendo, non si considereranno prima cittadini europei che cittadini dei singoli Stati, un’economia all’arrembaggio continuerà ad avere la prevalenza sulla politica. È per questo che oltre alle lettere e ai Trattati è indispensabile e urgente che l’Europa affronti il suo problema costituzionale e dia legittimazione democratica alle varie Istituzioni che ne fanno parte, sicché la lotta per il diritto europeo ritorni ad essere la priorità, come lo fu al momento dei fondatori col Trattato di Roma.

L’Unione deve ambire a diventare un’Europa del diritto caratterizzata da una propria Costituzione democratica, e non una mera unione monetaria; deve pertanto abbandonare gli attuali strumenti di poco trasparente decisione politica o le imposizioni a livello contrattuale da parte di enti o istituzioni di fatto non legittimate e pertanto facilmente eludibili, come la storia dei debiti sovrani sta ancora ampiamente dimostrando. Ed è solo con una vera democrazia europea che si potrà difendere sia l’euro sia l’eguaglianza fra i cittadini.

(5 marzo 2012)

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