No all’Union Sacrèe. Al Paese serve un’alternativa
Emilio Carnevali
Dopo il “vento del cambiamento” sollevatosi con le recenti elezioni amministrative e i referendum sembra ora spirare nel Paese il “vento dell’Union Sacrée”.
L’opposizione parlamentare ha risposto all’appello alla “responsabilità nazionale” lanciato dal presidente della Repubblica e ha lasciato sgombro il campo all’iniziativa del governo, consentendo l’approvazione a tempi di record della manovra economica preparata dal ministro dell’economia Tremonti.
Lo stesso presidente Napolitano oggi ha rilanciato e, dopo aver espresso soddisfazione per la convergenza fra le forze politiche realizzatasi in occasione della manovra, ha aggiunto: «Sono convinto che anche per il futuro prossimo occorreranno altre prove di coesione».
Ancora non è chiaro se le future “prove di coesione” dovranno essere fornite all’interno di questo quadro politico oppure del mutato assetto che solo l’uscita di scena del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – del quale siamo oramai costretti a celebrare i “provvidenziali silenzi” – potrà evidentemente generare.
Gli interrogativi che dovrebbero precedere e non seguire queste grandi manovre sono tuttavia altri: di che cosa ha davvero bisogno ora il paese? Quali sono le forze politiche e sociali in grado di realizzare determinati obiettivi? In quale contesto politico? Sono interrogativi che vanno posti in primo luogo al principale partito dell’opposizione, il Partito democratico, che non ha ancora chiarito il sistema di alleanze attraverso il quale intende articolare il proprio progetto politico.
Oggi Il Sole 24 Ore ha pubblicato una interessante intervista a Massimo D’Alema. L’ex presidente del Consiglio ha detto alcune cose importanti, che possono essere così riassunte:
1. Abbiamo consentito l’approvazione della manovra ma questa non è la nostra manovra.
2. Le colpe dell’Europa in tutta questa emergenza sono evidenti, perché è mancata – e manca – una governance all’altezza della situazione. A livello di Ue va inoltre sostenuta la proposta di «europeizzare una parte del debito, attraverso gli eurobonds e la loro collocazione in un fondo europeo» e la proposta di introduzione di una «financial transactions tax» (in altre parole la famosa Tobin Tax sulle transazioni finanziarie).
3. La politica di Tremonti di mera manutenzione delle finanze pubbliche si è rivelata fallimentare perché è mancata l’attenzione alla crescita: «il dramma italiano è la mancata crescita» (aggiungiamo noi: è mancata l’attenzione al denominatore di quei rapporti deficit/Pil e debito/Pil tanto evocati anche in questi giorni).
4. Per far ripartire la crescita non si può puntare solo sulle esportazioni e sperare nella ripresa mondiale. Occorre far ripartire i consumi interni e questo pone l’urgenza di un «forte riequilibrio sociale».
5. La riforma del fisco deve essere fatta «rafforzando il criterio di progressività», cioè nel modo diametralmente opposto alle proposte di Tremonti che prevedono l’innalzamento dell’Iva (tassa per sua natura non progressiva perché sui consumi) e la riduzione delle aliquote più alte dell’Irpef. La riforma deve far pagare «i ceti più abbienti» e a questo fine va anche aumentata la tassazione sulle rendite.
Il sistema fiscale attuale, infatti, non dà risposte al grave problema di disuguaglianza che caratterizza l’Italia: «I redditi da lavoro dipendente rappresentano l’80% delle entrate fiscali del paese costituendo il 40% della ricchezza. Queste cifre danno il senso di una ingiustizia insostenibile».
6. Serve una «politica industriale vera».
Ora, dopo aver letto questo programma da “socialdemocrazia d’altri tempi” (sia chiaro che né la parola socialdemocrazia né tanto meno gli “altri tempi” – visti i tempi che corrono – hanno alcuna accezione negativa nelle intenzioni di chi scrive) rinascono con ancora più forza gli interrogativi sollevati in precedenza: chi mai potrebbe farle queste cose? Insomma: se davvero è questo ciò che occorre al paese, davvero si pensa che potrebbe essere attuato da un “governo del presidente”, guidato magari da qualche ex tecnocrate di Bruxelles e appoggiato da un Pdl deberlusconizzato?
E se si andasse invece a elezioni anticipate, può il “modello Macerata” (l’asse Pd-Udc tanto caro a D’Alema) farsi carico di questo programma di alternativa? Riusciamo a immaginarlo il presidente del Consiglio Casini mentre sale sulle barricate per dire che sono i ricchi a dover pagare questa crisi? Noi no. Ma forse non disponiamo della stessa fantasia che asseconda ‘scacchisti’ ben più esperti di noi.
(14 luglio 2011)
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