Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana

Marcelo Barros

Per gentile concessione dell’editore Gabrielli, anticipiamo la prefazione del teologo Marcelo Barros al volume “Oltre le religioni. Una nuova epoca per la spiritualità umana” di John Shelby Spong, Marìa Lopez Vigil, Roger Lenaers e José Maria Vigil.

Per tutto il XX secolo, in un modo o nell’altro, la teologia cristiana si è occupata di temi come “la morte di Dio”, la differenza tra religione e fede, la proposta di demitizzare i testi biblici, la necessità di pensare un cristianesimo adulto e liberato da un dio tappabuchi e la sfida di parlare di Dio dopo Auschwitz. La teologia della liberazione diffusasi a partire dall’America Latina e le teologie contestuali in tutto il mondo hanno portato con sé la domanda su come testimoniare l’amore e la giustizia di Dio in un mondo senza amore e senza giustizia. Chi guarda alla vita e al mondo a partire dagli impoveriti, scopre che, nel corso della storia, le Chiese cristiane, ma anche altre religioni, come l’islam e l’induismo, si sono rivelate conniventi e alcune volte persino protagoniste di tragedie come la schiavitù, le discriminazioni sociali e quel patriarcalismo che opprime le donne ma aliena anche gli uomini. E l’aspetto più triste è che questi errori non derivano dal peccato di alcuni, non sono errori personali di questo o quell’altro religioso. Purtroppo, sono quasi una conseguenza di una teologia e di un modo di vivere la spiritualità nel segno della sacralità, del mito e dell’aristocrazia culturale, presenti ancora oggi in molte strutture delle Chiese e di altre religioni. «L’autocritica della teologia cristiana, nella seconda metà del XX secolo, oltre a sottolineare il suo legame storico con un’ontologia di guerra, con una metafisica di potere, con l’oppressione patriarcale, con una cultura che si pretendeva universale, con un monoteismo che si è tradotto nel trascendentalismo e ha soppresso le alterità, si è estesa anche alla sua posizione antiecologica». [1]
 
Fino ad oggi, la sfida di de-occidentalizzare il cristianesimo, di liberare l’islam dai condizionamenti storici della cultura araba, di completare il lavoro di Gandhi  in un’India ancora segnata dalla divisione religiosa delle caste si è posta in modi diversi, ma con la stessa urgenza. E purtroppo, a quanto pare, né le Chiese, né altre religioni hanno ufficialmente preso sul serio e affrontato in profondità tali sfide. D’altro lato, il mondo contemporaneo è caratterizzato da trasformazioni permanenti.
E ciò comporta sfide enormi e sempre nuove per la pace e per la giustizia internazionale. Le persone hanno bisogno di riscoprire, come diceva dom Hélder Câmara, «nuove ragioni per vivere». In questo contesto, le Chiese e le religioni, legate ai loro antichi paradigmi, espressi in linguaggi del passato, si rivelano incapaci di parlare ai figli dell’umanità attuale, non potendo  testimoniare che l’amore divino è sempre giovane come il domani e si manifesta nell’apertura dell’essere umano a un’amorevolezza cosmocentrica. È questo il quadro che ci obbliga a parlare di “crisi delle religioni” e, ora, di paradigma post-religionale, come pure di ricerca di una spiritualità umana laica e post-religiosa. Come sottolinea José Maria Vigil, «è un problema antico che appare in maniera nuova».

È possibile che, in Italia come in America Latina, tanto negli ambienti teologici come nei gruppi religiosi, vi siano persone che reagiranno male e non accetteranno le riflessioni contenute in questo libro. Da più di trent’anni, mi reco in Italia due o anche più volte all’anno. Il mio obiettivo non è tanto parlare del Brasile, e meno ancora chiedere aiuti per progetti sociali realizzati nel mio Paese, quanto, semplicemente, tentare di offrire un servizio alle comunità italiane, soprattutto  quelle che, in modo o in un altro, hanno inviato persone in missione in Brasile. Così, insieme ad altri fratelli brasiliani, penso di avviare in qualche modo una maggiore reciprocità nelle relazioni di amicizia e di fede tra le nostre rispettive comunità. In maniera che si possa apprendere gli uni dagli altri.

So che, in Italia, non sono poche le comunità cristiane (cattoliche ed evangeliche) che cercano di vivere la fede a partire da un vero impegno sociale rispetto ai problemi del mondo attuale, sviluppando  un profondo senso di solidarietà e dedicandosi alla causa della pace, della giustizia e dell’Ecologia Integrale. In Italia, più che in altri Paesi d’Europa, esistono molti gruppi cristiani inseriti nel mondo in una linea liberatrice. Tuttavia, questa apertura a livello sociale e politico non sembra esprimersi sempre nella stessa proporzione  in campo liturgico e catechetico. Molti di questi gruppi, quando parlano della fede, restano all’interno di un linguaggio e di riti e costumi prestabiliti. Alcuni, almeno, sono consapevoli che questi simboli e queste espressioni religiose provengono da un mondo antico rurale e non risultano più adeguati al mondo urbano e post-industriale in cui viviamo. Si rendono conto che c’è un profondo abisso che separa il linguaggio religioso delle Chiese dalla sensibilità della parte maggioritaria della società, principalmente quella giovanile. Anche in molte famiglie di tradizione religiosa, in cui i nonni sono figure esemplari nella testimonianza della fede, figli e nipoti sembrano  assolutamente estranei a questo universo così caro ai più anziani. E tale distanza culturale è aggravata dal fatto che la maggior parte dei preti, pastori, teologi/ghe e operatori  di pastorale non si aprono a nuovi paradigmi per esprimere la fede e metterla in relazione con l’attuale vita del mondo.

Questa stessa realtà che si registra negli ambienti cattolici ed evangelici si riproduce anche in altre religioni. Nel 2004, a Cannes, fece scalpore “Le grand Voyage” (Viaggio alla Mecca), film francese del regista marocchino Ismaël Ferroukhi, in cui il giovane marocchino Reda, che vive nel sud della Francia, viene obbligato dal vecchio padre ad accompagnarlo nel pellegrinaggio alla Mecca. Il film mostra proprio questa difficoltà di dialogo tra i due universi: quello religioso del padre e quello del figlio la cui unica alternativa è tra il credere e il non credere. Il paradigma postreligionale offre la possibilità di pensare la fede e la spiritualità cristiana, islamica, buddista  o di altra religione a partire da una cultura non religiosa o, almeno, non legata alle espressioni culturali della società rurale di cui si è rivestita fino ad oggi la religione.

Per quanto tale questione rappresenti una sfida importante e richieda ancora una lunga e approfondita  discussione, questo libro offre un contributo nuovo e pertinente al cammino di cui ci stiamo occupando. Guardando la realtà a partire dal mondo dei poveri e dalla periferia del mondo, mi rallegro del fatto che possiamo contare su questa pubblicazione,  ringraziando gli autori che ci hanno presentato le loro riflessioni. L’eccellente prefazione dell’amica Claudia Fanti introduce il tema in maniera giusta e stimolante.

Il vescovo John Shelby Spong e il gesuita Roger Leaners svolgono la loro riflessione più a partire  dalla fede e dalla teologia cristiana su come sarà (o sarebbe) un cristianesimo immerso nella contemporaneità  del mondo e liberato da una visione teista e dominata dai miti agrari della Bibbia e dalla tradizione d
ei secoli che si sono succeduti. A partire dalla realtà latinoamericana e dall’impegno a favore degli oppressi, María López Vigil e José María Vigil affrontano il tema più ampio di una spiritualità post o trans-religiosa (nel senso che va oltre le religioni) allo scopo, come scrive José María Vigil, di «umanizzare l’umanità».

Vorrei solo aggiungere, indipendentemente dal fatto di essere o meno d’accordo con tutto ciò che gli autori di questi testi affermano, dovremmo considerare che questo libro merita profondamente il marchio di fabbrica della teologia della liberazione, tanto nel metodo quanto nel merito. Rispetto al contenuto, si tratta di qualcosa che Claudia Fanti esprime assai bene nella prefazione: il compito di liberare le religioni, fin qui usate e strumentalizzate per obiettivi con i quali, eticamente, nessuna persona con sana coscienza può concordare. Riguardo al metodo, questi autori non hanno inventato tale questione; la studiano allo scopo di produrre nuove tesi intellettuali. Possiamo discutere se il tema post-religioso meriti di occupare  il ruolo di paradigma epistemologico nella teologia e nelle scienze delle religioni; tuttavia, nessuno può negare che, indipendentemente dalla nostra volontà, il tema post-religionale sia già una realtà in molti circoli e ambienti, tanto nel contesto dell’Europa e dei Paesi ricchi quanto nel mondo degli impoveriti. Poiché la teologia della liberazione si svolge a partire dalla realtà e in dialogo con la prassi, tale questione, per quanto possa non essere ancora così attuale in Africa o in Asia, risulta già reale tanto in America Latina quanto nel primo mondo. Attualmente, il passaggio da una religione a un’altra e alcuni movimenti spirituali hanno già un carattere  post-religionale, o sono religiosi in una forma nuova (post-secolari). Ciò assume una rilevanza maggiore in un mondo in cui la pluralità e la convivenza tra culture differenti sono diventate prioritarie per il raggiungimento della pace e della giustizia internazionale.

Questo libro riveste significato e importanza tanto per persone e comunità inserite nella Chiesa quanto per chi si sente in ricerca, senza appartenere  ad alcuna istituzione religiosa; tanto per i cristiani o i fedeli di altre tradizioni quanto per chi vive una ricerca indipendente. La spiritualità post-religiosa si pone nel cammino di dialogo con l’umanità in un linguaggio contemporaneo. I cristiani vivranno la loro fede cristiana, ma sentendo la necessità di esprimerla in una maniera nuova, meno legata alle antiche culture rurali nelle quali il cristianesimo si è sviluppato. La proposta non teista, elaborata in questo libro dal vescovo Spong, riscatta in modo nuovo l’antica teologia apofatica delle Chiese orientali e la spiritualità ebraica sull’impronunciabilità del nome divino. Lo sforzo di esprimere la fede in accordo con le culture attuali permetterà di vivere in maniera più profonda la proposta di papa Francesco di una “Chiesa in uscita”. Nell’Italia di alcuni anni fa, figure come quelle di Tonino Bello, Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Adriana Zarri e anche del cardinal Carlo Maria Martini hanno cercato, ciascuna a modo suo e a partire dalla propria funzione, di rispondere  a queste sfide. Senza dubbio,  negli ambienti evangelici e di altre religioni, altre voci profetiche hanno risuonato negli stessi termini. È responsabilità nostra portare avanti questo cammino e avere il coraggio di muovere nuovi passi adeguati ai nostri giorni. Il libro Oltre le religioni può essere un ottimo strumento in questo percorso.

Si tratta di processi interiori o spirituali intesi come cammini di fede e di amore. Ogni persona li percorre alla sua maniera. L’importante è che la nostra riflessione si ponga in un cammino di apertura del cuore e di sforzo di comprensione di ciò che molte persone vivono, non per sete di novità o per capriccio, ma per fedeltà a se stesse e alla propria ricerca personale. Nel processo del Forum Sociale Mondiale e in certi ambienti sociali, esistono movimenti e gruppi formati da persone che vengono da religioni diverse e anche da persone indipendenti  in cerca di una spiritualità di pace e di giustizia, al di là delle religioni. Boaventura de Sousa Santos ha definito questo fenomeno come post-secolare. [2]

Come apertura  d’amore, la spiritualità è la dimensione costitutiva di una fede che ci porta  a testimoniare la presenza divina nell’altro. Quotidianamente mi sento sfidato a camminare in questa direzione e ad aprirmi oltre le mie frontiere culturali che, come monaco benedettino, sono ancora troppo occidentali.

Ogni volta che affronto tale questione, alcuni amici mi dicono di temere la perdita d’identità (identità cristiana o più strettamente cattolica). Un giorno, un amico rabbino mi ha detto: «Noi siamo umani, non tanto per quello che ci costituisce (nella nostra identità originale), quanto per la possibilità di trasformarci o di lasciar evolvere quello che ci costituisce, senza smarrirci». Quello che scopro è che questa è l’esperienza che hanno sempre vissuto i miei maestri nel loro attraversare frontiere, come hanno fatto, ai loro tempi, Hélder Câmara, Martin Luther King e tanti altri.

Il rabbino nord-americano Abraham Heschel, uno dei maggiori pensatori ebraici del XX secolo, esprime questa realtà quando scrive: «È il senso del sublime che dobbiamo considerare come la radice delle attività creative dell’essere umano  nelle arti, nel pensiero e nella nobiltà della vita […]. Il tentativo di comunicare quello che vediamo e non riusciamo a dire è l’eterno tema della sinfonia incompiuta dell’umanità. È un’avventura la cui realizzazione non si esaurirà mai. Soltanto quelli che vivono di parole prese in prestito credono nella loro capacità di espressione. Una persona sensibile sa che ciò che è intrinseco, ciò che vi è di più essenziale, non è mai espresso». [3] 

Marcelo Barros è monaco benedettino, teologo e scrittore. Consigliere delle comunità ecclesiali di base e dei movimenti popolari, attualmente  è il coordinatore latinoamericano dell’Associazione Ecumenica dei Teologi e delle Teologhe del Terzo mondo (ASETT).

NOTE

1. L. C. Carlos Susin, Mãe Terra que nos sustenta e governa. Por uma Teologia da Sustentabilidade, in sociedade de Teologia  e ciências da religião (soTer), Sustentabilidade da Vida e Espiritualidade, São Paulo, Paulinas 2008, pp. 192-193.
2. B. de sousa SanTos, Se Deus fosse um ativista dos direitos humanos, São Paulo, Cortez 2014.
3. A. HescHel, O Homem não está só, São Paulo, Ed. Paulinas 1974, p. 16.

(28 giugno 2016)



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