Quel mostro silenzioso nel cuore del Mediterraneo

Stefano Nanni

“La Sicilia è diventata una capitale mondiale dei droni, ma questo non è assolutamente argomento all’ordine del giorno a livello politico e mediatico nel nostro paese.” Intervista ad Antonio Mazzeo, autore di un libro sul MUOS, il nuovo sistema bellico targato Usa di stanza in Italia.

e Anna Toro, da osservatorioiraq.it

Il MUOS è un progetto che va oltre la semplice trasmissione di informazioni, ma tocca temi fondamentali per tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente. Oltre agli effetti devastanti sul territorio, l’ambiente, e la salute delle popolazioni, questo sistema sarà un punto di riferimento fondamentale per i droni, sempre più usati in Medio Oriente per la “lotta al terrorismo” portata avanti dagli Stati Uniti e i suoi alleati.
Tra questi l’Italia, che ad esempio utilizza già i droni per l’individuazione e il conseguente respingimento dei barconi di migranti nel Mediterraneo. Tutto questo accade nel silenzio quasi totale dei media, nonostante un forte movimento popolare che in Sicilia ha tentato di opporsi al progetto. E che, nonostante la recente installazione definitiva delle tre enormi parabole del MUOS a Niscemi, non ha perso ancora la speranza.
L’ultimo libro di Antonio Mazzeo, Il MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo, offre un’analisi meticolosa e dettagliata su questo sistema di controllo e comunicazioni satellitare della Marina degli Stati Uniti.
Per approfondire le tematiche che si celano dietro il MUOS, abbiamo contattato l’autore del libro.

Tra venerdì e sabato scorso in Sicilia, a Niscemi, sono state montate tutte e tre le antenne del MUOS. Che cosa sono questi “mostri” di cui si è parlato molto meno di quanto si sarebbe dovuto fare?

Infatti sui giornali se n’è parlato pochissimo. E soprattutto se n’è parlato ancora meno fuori dalla Sicilia, nonostante si tratti di uno strumento di guerra che a livello mondiale contribuirà a modificare radicalmente la gestione dei conflitti. Inoltre, quella poca attenzione che è stata dedicata dai media si è concentrata esclusivamente sull’impatto ambientale e sui danni per la salute, tralasciando totalmente i tanti altri aspetti.

Le tre antenne montate a Niscemi fanno parte dell’insieme di parabole di uno dei 4 terminali terrestri previsti a livello planetario. Il MUOS (Mobile User Objective System) è un sistema di telecomunicazioni satellitari di proprietà e ad uso esclusivo della marina statunitense. Oltre a Niscemi, si trova alle Hawaii, in Virginia e in Australia, e sono tutti collegati tra loro grazie a 5 satelliti posti a 15mila km dalla terra – di cui però fino ad ora ne sono stati realizzati solo 2. L’architettura del sistema sarà pronta quando anche gli altri 3 satelliti (previsti per il 2016) saranno costruiti: allora il sistema entrerà in piena funzione.

Il compito del MUOS sarà, in parte, quello di accelerare, anche di 10 volte, la velocità di invio di informazioni e comandi a tutti i dispositivi e gli utenti mobili. Per questi ultimi si intendono tutti i reparti militari americani che ovunque nel mondo saranno collegati alla rete MUOS, compreso ciò che rappresenta l’ultima frontiera tecnologica delle guerre moderne, ovvero i droni. Considerando il fatto che si va sempre più verso un’automatizzazione dei conflitti, in cui sciami di droni vengono usati dal Pentagono nella sua strategia di attacco, è questo dunque l’aspetto principale della questione MUOS.

La scelta di installare queste antenne in Sicilia, nel centro del Mediterraneo, non è dunque casuale…

No, affatto. Perché la funzione dei 4 terminali terrestri è proprio quella di raggiungere, insieme ai satelliti, porzioni diverse del territorio così da coprire tutto il pianeta.

All’interno del sistema MUOS mancava l’area africana, mediterranea e mediorientale e dunque, avendo in Sicilia una delle principali basi aero-navali, che è quella di Sigonella, gli Stati Uniti hanno deciso di installare qui le antenne. Dico questo perché originariamente il progetto era previsto proprio per la base di Sigonella ma, dopo una serie di studi e valutazioni che hanno mostrato una serie di problemi di interferenze con gli impianti missilistici e aerei di Sigonella, i contractors hanno deciso di costruire le antenne in un’area vicina.

Appunto Niscemi, che si trova a 60km, dove la marina Usa ha una base militare di circa 200 ettari all’interno di un’area naturale, e che a livello tecnico-logistico è sussidiaria a quella di Sigonella.

L’analisi che lei fa nel suo libro comprende vari aspetti legati alla presenza delle antenne MUOS in Sicilia. Partendo appunto dal Mediterraneo, dove oltre a questioni geo-politiche si interseca anche un’altra questione fondamentale: quella dei migranti…

Il MUOS avrà sicuramente una funzione centrale nel coordinamento delle operazioni dei droni, che oltre ad intervenire in scenari prettamente bellici ricoprono già nel Mediterraneo un ruolo non meno importante. Ovvero quello di monitoraggio e contrasto dei flussi migratori.

Si tratta di una funzione già pensata dall’Unione Europea con l’agenzia Frontex, che da qualche anno sta investendo enormi quantità di denaro pubblico proprio sulla ricerca, lo sviluppo e l’acquisto di sistemi automatizzati al fine di monitorare i movimenti del Mediterraneo. Ma è invece l’operazione Mare Nostrum, lanciata recentemente dal governo Letta, e presentata come un’operazione militare e umanitaria per evitare che si ripetano disastri come quello del 3 ottobre scorso, che di fatto sta diventando un laboratorio sperimentale per l’uso dei droni. Non solo in una funzione di vigilanza e monitoraggio ma anche di vera e propria guerra ai migranti.

Risale a fine novembre, infatti, un accordo tra le autorità italiane e quelle libiche, secondo cui queste ultime consentono ai droni italiani – i Predator, che hanno la loro base principale ad Amendola, in Puglia, ma si stanno trasferendo sempre più nelle basi di Sigonella e Trapani in Sicilia – di sorvolare tutto lo spazio aereo libico fino ad arrivare ai confini con il Chad e il Sudan.

Non solo per vigilare e informare le unità navali ma di fatto anche per poter individuare eventuali flussi di migranti che provengono dall’Africa Sub-Sahariana così da avvertire direttamente le autorità libiche. In questo modo, grazie all’operazione Mare Nostrum, si rende possibile dispiegare le operazioni di contenimento e di respingimento ben prima del Mediterraneo.

L’obiettivo geo-strategico è dunque quello di evitare che i migranti possano raggiungere la costa e mettersi in viaggio. Con questa logica di “delocalizzazione” le autorità italiane mirano anche a impedire ai migranti di presentare richiesta di asilo e affidano dunque il “lavoro sporco” delle operazioni di contenimento ad altri, ovvero le autorità libiche.

Parliamo invece dell’impatto ambientale che queste antenne avranno e hanno già avuto sul territorio di Niscemi.

Innanzitutto bisogna sottolineare che le antenne del MUOS sorgono all’interno della “Sughereta”, una delle riserve di sughe
ro più antiche d’Europa.

Non solo si tratta di una riserva dichiarata “protetta”, ma il MUOS è stato installato proprio all’interno della zona A, ovvero un’area di particolare pregio dove non è consentito edificare. Addirittura, per fare spazio alle antenne è stata distrutta un’intera collina e con essa una buona parte della flora e della fauna della macchia mediterranea. Tutto questo è stato fatto, tra l’altro, in violazione delle normative ambientali e urbanistiche previste dalla stessa legge istitutiva della riserva naturale. E questo non è che il primo aspetto.

Il secondo riguarda il significativo impatto sulla salute dell’uomo delle onde elettromagnetiche sprigionate da queste 3 enormi antenne – che vanno sommate alle altre 46, di più piccole dimensioni, presenti nell’area. Come è già stato documentato da alcune ricerche, come quelle effettuate dall’Agenzia Regionale Protezione Ambiente Sicilia, dal Politecnico di Torino e dalla Facoltà di Ingegneria dell’università La Sapienza di Roma, le soglie riconosciute come valore minimo dalla legge italiana sono state già abbondantemente superate dal MUOS durante questi anni di rilievi.

Siamo di fronte dunque ad un impatto ambientale fortissimo, se si considera che i lavori vengono portati avanti da 6 anni in un luogo dove non si sarebbe mai potuto fare alcun tipo di attività, soprattutto perché dai rilievi fatti emerge che già senza il MUOS l’inquinamento della base di Niscemi è molto alto.

Nel suo libro c’è un intero capitolo dedicato al comportamento della Regione Sicilia in questi anni. C’è stato un tentativo di fermare i lavori e/o di dialogare con le popolazioni interessate?

La vicenda è iniziata ben prima dell’arrivo della giunta attuale, guidata da Rosario Crocetta, e interessa appunto anche l’ex-governatore Raffaele Lombardo, da cui provengono le prime autorizzazioni per i lavori.

Tra l’altro, in un primo momento anche la giunta Lombardo aveva dichiarato la sua opposizione a questo processo di militarizzazione, proprio per la pericolosità dal punto di vista dell’impatto sul territorio. Poi però non si capì come Lombardo si convertì dando l’assenso al progetto. Per quanto riguarda invece Crocetta, uno dei suoi primi impegni dichiarati in campagna elettorale fu quello di revocare le autorizzazioni. A questo impegno fa seguito un lungo braccio di ferro tra Crocetta e i comitati del movimento NoMuos. A dicembre 2012 avviene un incontro formale tra le parti dove emerge già come la posizione della giunta fosse cambiata radicalmente, dal momento che fu presentata una serie di elementi per dimostrare le presunte difficoltà nel poter revocare le autorizzazioni.

A quest’incontro ha fatto seguito un lungo tira e molla alla fine del quale Crocetta revocò le autorizzazioni, tra l’altro il giorno prima di una straordinaria manifestazione a Niscemi, il 30 marzo scorso, che vide la partecipazione di circa 15mila persone.

Fermo restando che invece di difendere il proprio operato e aprire un contenzioso con il governo italiano, proprio perché c’erano dei vincoli di tipo urbanistico e ambientale (la procura di Caltagirone ha anche aperto un fascicolo per presunti reati ambientali), la giunta decise invece di trovare un accordo con quest’ultimo. Di fatto esautorando il Parlamento, che dovrebbe essere l’unico organo in grado di decidere in merito, trattandosi di una questione non solo nazionale ma anche internazionale, come previsto dall’art.11 della Costituzione.

Qual è stato l’accordo istituzionale che ha permesso che si arrivasse all’installazione delle antenne?

La scelta concordata prima con il governo Monti e poi con il governo Letta è stata quella di delegare all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) l’ultima parola sul MUOS, ponendo dunque come problema esclusivamente la questione dell’elettromagnetismo. E tralasciando tutte le altre.

La decisione è stata immediatamente contestata. Prima di tutto perché l’ISS non rappresenta un soggetto terzo, essendo dipendente diretto del ministero della Sanità, e quindi del governo, che rappresentava la controparte dell’opposizione al MUOS, di cui faceva parte in teoria anche la giunta Crocetta avendo revocato le autorizzazioni. Il secondo fatto che contestavamo è che comunque si trattava di una scelta politica, mentre la questione andava riportata nelle sedi costituzionali e istituzionali.

E’ il Parlamento italiano che deve decidere in ultima istanza se installare o meno il MUOS, data la sua complessità che riguarda le scelte strategiche e politiche anche a livello internazionale, di un intero paese. La terza ragione per cui ci siamo opposti riguarda ancora l’ISS, che è riconosciuto a livello nazionale e internazionale come adottante parametri piuttosto conservativi. Ci sono più prese di posizione all’interno dell’istituto che giudicano, ad esempio, l’elettromagnetismo non dannoso per la salute.

E non è un caso che alcuni tecnici dell’ISS sono stati periti di parte di Radio Vaticana nell’ambito di quel famoso procedimento penale che ha portato alla condanna definitiva di quest’ultima per inquinamento ambientale, proprio per trasmissione elettromagnetica.

Questo comportamento da parte di Crocetta e della sua giunta non è stato un voltafaccia, e infatti nel libro non uso questo termine. Delegare l’ultima parola all’ISS è stata bensì una lucida scelta perché si sapeva benissimo che l’istituto non avrebbe considerato il MUOS un grande problema, consentendo dunque la sua realizzazione.

Effettivamente i MUOS apportano qualche beneficio alla realtà locale oppure no? Chi, a livello locale, ha avuto interesse alla costruzione di queste antenne?

Si può fare un parallelismo con quanto accadde nell’allargamento della base militare Usa di Vicenza. A differenza del raddoppio a Vicenza, in cui sono arrivati 260 milioni di investimenti che hanno rappresentato comunque posti di lavoro e lo sviluppo almeno per quanto riguarda l’economia militare, il MUOS che costa a livello planetario decine di miliardi ha visto investimenti in loco, particolarmente a Niscemi, di meno di 15 milioni di dollari: quindi qui non sono arrivate neanche le briciole delle briciole di questo enorme progetto che è, chiavi in mano, di Lockheed Martin, il primo complesso militare industriale a livello mondiale.

Inoltre, chi ha realizzato in subappalto buona parte dei lavori di scavo e realizzazione degli impianti èun’azienda (la “Calcestruzzi Piazza S.r.l* che è priva del certificato antimafia, toltole dalla prefettura di Caltanissetta in quanto ritenuta contigua alle organizzazioni criminali dominanti di Niscemi, che sono tra l’altro tra le mafie più violente di tutta la Sicilia. Per cui, oltre al danno la beffa: se nulla è andato alle popolazioni, gli unici quattro soldi che sono arrivati sono stati gestiti in modo monopolistico da queste organizzazioni attigue alla mafia. Tra l’altro in un processo, a cui dedico un capitolo del libro, che non è specifico di Niscemi: la contiguità mafia-militarizzazione è uno schema che ha fatto un po’ la stor
ia della Sicilia dal ’43, con lo sbarco degli Alleati, fino ai giorni nostri.

Dal punto di vista mediatico, perché se n’è parlato così poco, soprattutto fuori dalla Sicilia?

Ci sono due ordini di problemi che si sono tracciati e sommati, e che hanno impedito che il Muos diventasse un problema di ordine nazionale. Cosa che invece deve essere dato che, ripeto, si tratta di uno strumento di guerra che cambia completamente il ruolo del nostro paese, e che soprattutto spinge verso logiche militari automatizzate che stravolgono completamente il senso stesso della guerra: delegare alle macchine la decisione non soltanto di eseguire gli attacchi, ma anche se, come e quando eseguirli, stravolge tutto, è una sorta di salto epocale dell’umanità.

Direi che il primo punto è che c’è stata un’enorme sottovalutazione in buona fede proprio della problematicità: c’è stato infatti un tentativo da parte delle forze politiche e istituzionali di farne soltanto un problema di ordine elettromagnetico. Ovviamente, in Italia, i problemi di antenne, di telefonia cellulare o militare sono tantissimi, quindi non sarà proprio un’antenna in più a fare notizia.

Ma chi ha tentato volutamente, come lo stesso Crocetta, di ridurre il problema all’elettromagnetismo sapeva benissimo che di fatto questo significava una scarsa attenzione dei media.

Dall’altra parte, bisogna guardare proprio agli intrecci del complesso militare industriale e finanziario italiano con quello statunitense, da cui ovviamente dipendono buona parte dei grandi organi della stampa cartacea o radiotelevisiva: qui c’è stata una scelta – in malafede – di cercare di non parlarne perché questo avrebbe potuto mettere profondamente in discussione i grandi interessi, quelli che portano l’Italia a dover accettare strumenti di morte, Muos, droni, il raddoppio della base a Vicenza, gli F35 e così via.

Che sono tutte operazioni in cui l’Italia non ci guadagna niente ma di cui al contrario se ne assume gli oneri, il carico sociale, economico, finanziario e, nel caso del Muos, anche ambientale. Questi sono tutti progetti che altri paesi europei, in una situazione di rapporti di forza sicuramente più deboli rispetto all’Italia nei confronti del partner americano, hanno rifiutato.

Noi invece lo accettiamo – e questa è la spiegazione che portiamo avanti anche nel libro – perché in fondo c’è una logica di scambio tra il capitale finanziario italiano e quello statunitense. “Io ti metto in mano tutti questi strumenti che gli altri rifiutano di concederti, e ti consento di trasformare di fatto la Sicilia e l’Italia in una roccaforte delle operazioni più sporche a livello internazionale” (basti pensare all’ultima vicenda che ha investito l’arrivo delle armi chimiche siriane, rifiutate a livello mondiale e che invece sono approdate direttamente a Gioia Tauro); e “tu invece mi consenti, col potere militare industriale e finanziario, di poter diventare un partner credibile per il Pentagono che è la grande mucca da mungere a livello mondiale, in una guerra globale permanente dove proprio il Pentagono sarà certamente il principale finanziatore dei conflitti e quindi dell’acquisto di armi a livello planetario.

Non è un caso che nell’ultima decade Finmeccanica si sia affermata come l’ottavo complesso a livello mondiale per giro di fatturato sulle armi, presente come venditore di armamenti anche allo stesso Pentagono, alla Nato etc.

Ecco che di fatto sulla pelle della gente, sulla pelle della Costituzione, si è perpetuata questa logica di scambio che ha portato ad accettare tutto questo, e che spinge una buona parte degli organi di stampa che dipendono dallo stesso capitale finanziario, a non porre la questione non solo del Muos, ma anche dei droni. I droni sono un problema politico, negli Stati Uniti c’è un Congresso spaccato, e le stesse Nazioni Unite hanno dato vita a un comitato d’inchiesta sul loro uso a livello internazionale. Ecco, la Sicilia è diventata la capitale mondiale dei droni, con un’enorme concentrazione alla base di Sigonella, ma questo non è assolutamente argomento all’ordine del giorno a livello politico e mediatico nel nostro paese.

Tutto questo sembra un copione già visto, si pensi ad esempio all’esperienza sarda. Siamo condannati alle servitù militari? I comitati stanno combattendo una battaglia senza speranza?

Su questo non sono d’accordo, anzi, proprio l’esperienza in Sardegna è la dimostrazione che lo sviluppo di comitati dal basso che si oppongono ai processi di militarizzazione può portare a delle inversioni di rotta.

Penso in particolare alla vicenda dei cosiddetti radar anti-migranti, cioè i radar che dovevano essere acquistati dalla guardia di finanza e costiera, e che dovevano popolare parte delle coste sarde – tra l’altro la Sardegna è un paese ben poco investito dai flussi migratori – sempre all’interno di luoghi di pregio ambientale e naturalistico. Ma anche lì la costituzione di comitati di base, di comitati no-radar, ha di fatto impedito che in Sardegna proliferassero questi sistemi. E penso che anche la presa di coscienza da parte dei sardi, il discorso fatto sul Salto di Quirra, Capo Teulada, Decimomannu etc abbia portato a un’inversione di tendenza.

Ma appunto, ora che a Niscemi le antenne sono già state montate quali sono le prospettive?

Ovviamente, ed è inutile affermare il contrario, il completamento della rete di antenne terrestre è sicuramente una sconfitta per il movimento NoMuos, non ci sono sconti per nessuno. Ma credo che il movimento sia in un certo senso maturo, che abbia la capacità di comprendere che non si tratta solo di antenne. Quello che è in atto e che sta dietro al processo di militarizzazione della Sicilia, del Muos, dei droni, del potenziamento del sistema navale anche in funzione anti-migranti, è piuttosto una questione di medio e lungo termine.

Il Muos è la punta dell’iceberg di un progetto molto più complesso, ma proprio per questo non ci si può arrendere di fronte a una sconfitta, che è reale, ma che non rimette in discussione lo scontro epocale, perché di fatto, se si arriverà al progetto di automatizzazione totale della guerra, e non soltanto nella fase esecutiva ma anche in quella decisionale, allora per l’umanità intera io credo non ci sarà nessuna prospettiva di sopravvivenza.

Contemporaneamente ci rendiamo conto che la battaglia è ancora lunga, ed è evidente che bisognerà costruire alleanze non soltanto a livello nazionale ma anche internazionale, con tutti quei movimenti sociali che si oppongono a questo “disordine” mondiale.

Un vero salto di qualità che riguarda un po’ tutti i movimenti contro la guerra nel nostro paese – i No Dal Molin, la questione degli F35 etc – sarebbe iniziare a spiegare alle persone il nesso esistente tra la guerra e le militarizzazioni con la crisi strutturale economica, il debito, tutti elementi che poi determinano i tagli ai servizi, all’occupazione e una sempre maggiore riduzione dei diritti.

Se avremo la capacità di parlare agli insegnanti, di spiegare che buona parte del bilancio del ministero per l’università e la ricerca scientifica, viene invece destinato alla ricerca missilistica e simili, insomma, se spiegheremo che la crisi è strutturale perché c’è una guerra che va avanti eternamente e che noi paghiamo giorno per giorno, allora potrebbero aprirsi prospettive diverse.

(3 febbraio 2013)



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