Quella pulsione illiberale dietro il complottismo a 5 Stelle
Emilio Carnevali
Volontà dei cittadini vs arroganza della Casta: è la dinamica del conflitto politico descritta dal Movimento 5 Stelle. Ma non esiste una volontà dei cittadini. Esistono tante volontà di molteplici gruppi e individui differenti per ideali, interessi, visioni del mondo. Da questo equivoco di fondo nasce anche l’ossessione cospirazionista che ha investito i cantori della democrazia digitale.
C’è molto materiale capace di incuriosire ed appassionare fra le moltissime iniziative, dichiarazioni, performance, incursioni pirotecniche e trovate situazioniste in cui si è prodotta la nutrita rappresentanza parlamentare del Movimento 5 Stelle in questi primi mesi di legislatura. Non fosse altro che per la conclamata distanza di questa formazione, e dei suoi metodi di comunicazione, dalle paludate liturgie di un mondo politico troppo spesso ingessato nella propria autoreferenzialità.
È anche vero, d’altra parte, che non tutte le novità sono “in sé” portatrici di progresso. Viene voglia di rimpiangere un certo grado di grigio e polveroso buonsenso dei bei tempi andati al cospetto di personaggi come l’onorevole Paolo Bernini: quello, per capirci, che denunciò di fronte alle telecamere di Ballarò il grande complotto americano dei microchip installati «nel corpo umano per registrare, per mettere i soldi, per il controllo della popolazione». Fortunatamente – ci tranquillizzò allora il Bernini – «con internet queste verità stanno venendo fuori e noi andremo a portare la voce dei cittadini».
Qualche settimana fa, in occasione della commemorazione alla Camera delle oltre 3000 vittime dell’11 settembre 2001, Bernini ha concesso il bis, con un’indigeribile macedonia di assortita paccottiglia complottista sugli attentati alle Torri Gemelle: «La versione ufficiale di quell’evento è stata smentita da tutti i punti di vista. È palesemente falsa e ormai il mondo se n’è accorto». Sorvoliamo sul fatto che noi non ci siamo affatto accorti che il mondo se ne sia accorto – almeno a giudicare dalle ondate di scherno (magari del tutto immeritato) da cui è stato travolto il deputato del M5S. E sorvoliamo anche sulla scarsa popolarità del principio di non contraddizione presso i nostri teorici cospirazionisti: «La verità probabilmente non la sapremo mai», ha dichiarato Bernini in aula, «ma sicuramente è molto diversa da quella che i media mainstream ci raccontano. In questo caso si può dire che tutto quello che sai è falso e detto all’americana: “it was an inside job”. Tradotto: fu un lavoro interno». Ma se la verità non la sapremo mai, lui come fa a sapere che si è trattato di un “lavoro interno”?
Tralasciando tutto questo – si diceva – ciò che più risulta degno di interesse, in un movimento politico capace di dare voce come nessun altro alla vastissima Italia del disagio e dello scontento, è forse uno degli aspetti meno appariscenti e dibattuti.
Cerchiamo di avvicinarlo estraendo un “campione” direttamente dalle dichiarazioni del Bernini: «noi andremo a portare la voce dei cittadini». La nostra provetta non è adulterata dalla scarsa rappresentatività della fonte (cioè dall’evidente “eccentricità” del soggetto), perché si tratta di una frase che si sente continuamente ripetere dagli esponenti del Movimento 5 Stelle. Loro, incarnazione della volontà dei cittadini. Gli altri, membri di una Casta che opera contro gli interessi dei cittadini stessi.
C’è qualcosa di più, in queste frasi, dello scontato stratagemma retorico del quale ogni politico consumato fa uso nel corso delle proprie inevitabili, ed innocue, attività imbonitorie. Un qualcosa che, tuttavia, non riposa solo nel sottinteso paternalismo, cioè nell’idea bislacca secondo la quale tutti coloro che non hanno votato il Movimento 5 Stelle sarebbero in verità dei gonzi, cittadini di serie B incapaci di riconoscere la loro autentica volontà.
Ma cos’è, dunque, questo qualcosa? Sembra avere a che fare con una sorta di analfabetismo politico, ovvero con la mancanza di quella “consapevolezza sul vivere civile” che è alla base del buon funzionamento di ogni regime liberaldemocratico. Quest’ultimo, infatti, non richiede solo la diffusa accettazione di determinate regole e procedure, ma anche l’interiorizzazione di un ethos, un’attitudine, una mentalità.
Le società contemporanee sono caratterizzate da ciò che John Rawls ebbe a definire il “fatto del pluralismo”, ovvero la presenza di una molteplicità di teorie, dottrine, visioni del mondo profondamente diverse fra loro. Il pluralismo è “ragionevole”, cioè capace di produrre una convivenza pacifica fra le diverse opzioni in campo, solo se vi è una (quasi) universale condivisione da parte dei cittadini dei cosiddetti “oneri del giudizio” (J. Rawls, Political liberalism, 1993, Columbia University Press). Questi ultimi nascono dalla necessità di rispondere ad un interrogativo fondamentale: «Perché un onesto tentativo di ragionare gli uni con gli altri non dovrebbe portarci a un ragionevole accordo?». In fondo nelle scienze naturali questo è quel che succede, almeno nel lungo termine. Galileo potrà essere processato per le sue teorie eliocentriche, ma prima o poi la comunità scientifica, e dopo di essa l’intera comunità civile, non potrà non ammettere che la ragione stava dalla sua parte. E il torto dalla parte dei suoi inquisitori.
E allora perché nelle questioni relative alla vita politica e sociale non si può parlare di “verità” – e dunque di interessi “oggettivi” dei cittadini – con la stessa nettezza, con la stessa speranza di giungere presto o tardi ad un accordo finalmente risolutivo e universalmente condiviso?
Appunto per quegli “oneri del giudizio” in base ai quali persone diverse, pur essendo parimenti ragionevoli e razionali, possono vedere in modo molto differente – talvolta addirittura in modo opposto – una medesima situazione.
Scrive Rawls: «Fino ad un certo punto (ma non possiamo dire fin dove), il modo in cui valutiamo i dati e il peso che diamo ai valori morali e politici sono determinati dalla nostra esperienza totale, dal nostro intero percorso di vita fino a oggi; e le nostre esperienze complessive non possono che essere diverse. E in una società moderna, con tutte le sue cariche e posizioni, la sua multiforme divisione del lavoro, i suoi numerosi gruppi sociali, la sua grande varietà etnica, le esperienze complessive dei cittadini sono abbastanza eterogenee perché i loro giudizi divergano, almeno in una certa misura, su molti casi che hanno un minimo di complessità, se non sulla loro maggioranza».
Ecco perché è del tutto illegittimo parlare di una “volontà dei cittadini” come fosse un monolite liscio e compatto, una sollecitazione univoca e monodimensionale. Non esiste una volontà dei cittadini. Esistono tante volontà di molteplici gruppi e individui che devono convivere in una condizione di pari dignità.
È da questo equivoco di fondo che nasce anche la dilagante ossessione cospirazionista. Una paranoia alimentata dall’idea secondo la quale se l’informazione dicesse “la verità” – anzich&eacut
e; occultarla dietro muri di menzogne interessate – la vita civile scorrerebbe tranquilla e pacifica dentro i propri argini, in un clima di armoniosa e affettuosa collaborazione.
Da qui discende quel “feticismo del fatto” che, anche senza toccare le punte estreme del copirazionismo, concepisce la lotta politica unicamente come “controinformazione”, come “resistenza” alle presunte bugie del “nemico” (nemico perché non può essere un semplice avversario colui cui non viene riconosciuta alcuna buona fede nel sostenere le proprie tesi e opinioni). Ha giustamente osservato Christian Raimo, in un recente articolo pubblicato su Linkiesta, che ormai «se uno va in libreria vede che il settore saggistica è pieno di libri-inchiesta, una grande Laqualunquopoli. Questo modo di informarsi, questo modo di studiare la società intorno a noi, ci deresponsabilizza, ci rende passivi da un punto di vista etico, illudendoci di darci una prospettiva politica. Su questo tipo di deresponsabilizzazione di massa sono cresciuti e stanno ancora crescendo i fenomeni dell’antipolitica».
Da una parte, infatti, non è vero che l’ingiustizia nasce sempre e solo da un comportamento “deviato” dei singoli. Un tempo nella cultura di sinistra era data assolutamente per scontata l’idea secondo la quale esistono “strutture sociali” inique anche in presenza del più rigido rispetto della legalità da parte di tutti gli individui operanti all’interno di esse. Ora non è più così. O, almeno, questa constatazione non è più un patrimonio condiviso in quella porzione di società “impegnata” che si mobilità con più forza – e più capacità di ottenere riconoscimento mediatico – intorno alle grandi questioni politiche del nostro tempo.
Dall’altra parte non è vero che le soluzioni dei problemi che abbiamo di fronte sarebbero a portata di mano se solo si disponesse delle informazioni necessarie per analizzare in maniera obiettiva la realtà (informazioni che esistono – si dice –, ma delle quali siamo privati da un fantomatico “potere manipolatore”). Non è così. La realtà è una cosa estremamente complessa. Il tentativo di interpretarla è sempre fallibile, rivedibile, precario, parziale, esposto ad un vento fortissimo di interessi, passioni, considerazioni, suggestioni quanto mai varie nelle implicazioni di ordine etico, morale, politico.
Per non parlare delle difficoltà “tecniche” connesse ad un gran numero di problemi fondamentali che pure investono la vita di ogni singolo membro delle nostre comunità. Pensiamo al dibattito intorno alla crisi economica, alle politiche europee, all’unione monetaria. Davvero riteniamo che la via d’uscita dal drammatico pantano nel quale siamo immersi possa venire da «una semplice legge di due righe», come ama ripetere Grillo nei sui comizi a proposito di alcune fra le più ardue e terribili sfide che ci troveremo ad affrontare nei prossimi decenni?
La violenza dei “grandi semplificatori” è qualcosa di più di una sgradevole miscela di sguaiatezza e ignoranza. La sua volgarità e tutt’altro che innocente perché ricorda, talvolta, la torbida sgangheratezza che nella storia ha già fatto da culla a molti drammi.
Ma forse stiamo esagerando. Ripensiamo al Bernini e, sorridendo, capiamo che non dobbiamo temere nulla da lui e dai suoi compagni. Purtroppo lo hanno capito anche coloro ai quali un po’ di paura non avrebbe fatto male per niente.
(7 ottobre 2013)
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