La dignità della signora Regeni, la viltà e le chiacchiere di Renzi e Gentiloni
“Un governo che possieda orgoglio nazionale al primo depistaggio di Al Sisi richiama l’ambasciatore, al secondo rompe le relazioni diplomatiche”. Così scrivevamo il 7 febbraio per denunciare l’ipocrisia del governo Renzi che sull’orrenda fine di Giulio Regeni ha scelto di chinare il capo in nome degli affari con l’Egitto di Al-Sisi. Un’ipocrisia che continua ancora oggi. Riproponiamo perciò il nostro editoriale, pubblicando il video integrale della conferenza stampa della madre di Regeni e altri articoli sulla vicenda.
"Verità per Giulio Regeni". L’appello di Amnesty International
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L’assassinio di Regeni e l’ipocrisia di Renzi
di Paolo Flores d’Arcais, micromega.net, 7 febbraio 2016
La parola “orgoglio” associata a “Italia” è stata sproloquiata da Matteo Renzi in tutte le occasioni possibili e inimmaginabili: dall’Expò di Milano all’inaugurazione dello Skyway sul Monte Bianco, dalla vittoria di Paltrinieri nei 1500 stile libero nei mondiali di nuoto (“strepitoso Gregorio, orgoglio Italia” è il twitter palazzochigiesco) al premio Oscar di Sorrentino, dal “decreto banche” al volo in Perù, dal Golden Globe per Morricone agli Us Open tennistici di Pennetta e Vinci, dalla festa dell’Unità di Milano al Job act agli impianti elettrici in Cile alle dighe in Etiopia e a qualsivoglia opera di imprenditori italiani all’estero …
Se di tutto questo orgoglio nazionale sventagliato e twitterato da Renzi urbi et orbi e coram populo come cosa propria c’è una sola oncia che non sia chiacchiera propagandistica per gonzi e giornalisti a bacio di pantofola, la cartina di tornasole sarà (è, ormai da giorni) l’orrenda fine di Giulio Regeni, torturato per giorni in modo efferato nell’Egitto di Al-Sisi e ucciso spezzandogli l’osso del collo.
Vogliamo anzi esigiamo la verità, tutta la verità, e altro bla bla bla è stata la giaculatoria che sotto la regia di Renzi le autorità italiane stanno biascicando da giorni. Ma quella verità, al netto di qualche dettaglio (i nomi degli esecutori) è lapalissiana, la scrive il Corriere della Sera, la scrive la Stampa, la scrive la Repubblica, la sanno anche i bambini e la capiscono i sassi, gli scherani di Al Sisi in forma di polizia politica del regime dittatoriale egiziano sono gli autori dei mostruosi giorni di tortura lenta e inenarrabile per strappare al collaboratore del Manifesto i nomi dei suoi contatti nei sindacati indipendenti invisi ai militari al potere.
Ora, un governo che possieda orgoglio nazionale, dopo aver mandato i suoi inquirenti in Egitto, al primo depistaggio di Al Sisi richiama l’ambasciatore, al secondo rompe le relazioni diplomatiche, altrimenti vuol dire che per orgoglio intende chinare il capo al giogo della presa per il culo, giogo che non può essere tollerato come gioco. E il primo di depistaggio c’è già stato, con la pantomima oscena dell’arresto di due criminali comuni (seguirà confessione) dopo aver inizialmente parlato di incidente d’auto, il secondo è in pieno corso col muro di gomma ormai in atto.
Del resto Renzi il reato di tortura si è ben guardato dall’introdurlo nell’ordinamento italiano. Non gli faremo il torto di ricordare l’adagio “cane non morde cane” perché sappiamo che i morti per tortura di polizia in Egitto si contano a centinaia e forse migliaia, in Italia sulle dita di una mano.
Dirà qualcuno: ma a rompere le relazioni diplomatiche si rovinano gli affari (opulenti, com’è noto: 30 mila pistole Beretta alle polizie di Al Sisi, tanto per cominciare). Allora si smetta di parlare di orgoglio nazionale, e meno che mai di diritti umani, e la politica renziana dichiari papale papale i suoi principi non negoziabili: in nome del profitto tutto è lecito a chiunque, e chi si mette in mezzo pace all’anima sua, se l’è cercata.
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La dignità di un Paese
di Alberto Negri, Il Sole 24 Ore, 31 Marzo 2016
Come si concluderà questa storia ignobile di Giulio Regeni? Dipende da noi. Possiamo richiamare l’ambasciatore, progettare sanzioni e magari provare anche a recuperare la dignità del Paese.
Doveva essere già finita. Al Sisi è molto irritato, non si aspettava che gli italiani e il presidente del Consiglio Renzi facessero tutte queste storie. Regeni è stato ammazzato probabilmente dalla polizia egiziana, che fosse italiano è secondario: lavorava per un’istituzione accademica britannica, aspetto importante che però non è così decisivo. La polizia ha l’ordine di tenere d’occhio gli stranieri che ficcano il naso negli affari interni: per sostituire l’islamismo serve un nazionalismo ferreo, implacabile, anche stupido, esercitato in ogni direzione. Il sistema conta più delle persone o dobbiamo ricordare tutti i morti egiziani che ha fatto Al Sisi?
L’Italia è stato il primo governo in Europa a sdoganare il generale golpista. Consegnando il corpo e facendo fuori quattro criminali da strapazzo, Al Sisi pensava di chiudere il caso: un “incidente” che ha coinvolto il cittadino di un Paese sempre pronto a corteggiarlo pur di fare affari, non diversamente peraltro da russi e francesi che vendono caccia e incrociatori. Loro, peraltro, sono anche suoi alleati in Cirenaica, in contrasto evidente con i nostri interessi in Tripolitania.
I misteri? Ce ne sono ma non così fitti. Il più evidente è perché abbiano gettato il cadavere in un fosso quando anche i più stupidi tra “i bravi ragazzi” l’avrebbero occultato sotto tre metri di cemento. La scena è questa: Al Sisi avrà chiesto a un suo sottopancia perché un ministro italiano dell’Economia invece di parlare con lui solo di affari avesse chiesto dove fosse finito un suo connazionale. I raìs non gradiscono imprevisti.
Il capo si è inferocito e scendendo per i rami gerarchici e dell’apparato di sicurezza gli autori dell’omicidio, impauriti, si sono liberati in giornata del cadavere pensando di simulare un incidente. Perché questa era la prima versione con cui speravano di cavarsela con il Capo, non con noi che per loro non contiamo nulla.
Da qui è partita una sequela di errori e giustificazioni. Persino il Capo nell’intervista procurata a un giornale italiano cerca di accreditare la teoria del complotto: un sabotaggio agli affari dell’Eni. Musica per noi giornalisti che sulle dietrologie non ci batte nessuno.
Ma questa è una storia sbagliata, dove la sorte terribile di una vittima ingigantisce l’infamia e la stupidità dei suoi assassini. E ora cerchiamo “soddisfazione” da chi non può darcela, tentando di montare un intrigo internazionale perché non sappiamo cosa fare.
Fateci caso. I due marò, Regeni, la Libia di Gheddafi: siamo diventati i campioni delle fregature, noi, il Paese dei furbetti. Di Regeni in molti dissero, prima di correggere il tiro con la consueta eleganza, che forse non doveva ficcare il naso tra gli operai e i sindacati, ora è diventato un eroe “italiano”, la maschera sanguinante dove nascondere le nostre meschinità e in
decisioni. È questa, come cantava Guccini, la piccola storia ignobile del nostro Paese e gli altri la conoscono bene. Cambiarla dipende da noi, non dal generale Al Sisi.
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La tortura non è bilanciabile con niente
di Mauro Palma*, da Il Manifesto
* già presidente del Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa (Cpt), oggi è il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà
Tornano con prepotenza le immagini della tortura anche nel contesto della quotidianità.
Tornano nelle affermazioni di chi, in nome di un realismo politico e investigativo, non esclude il ricorso a pratiche di interrogatorio muscolare nella lotta al terrorismo internazionale, ora che questo tocca pesantemente le nostre strade, le nostre abitudini, i nostri mezzi di trasporto e non più soltanto luoghi e persone geograficamente distanti.
Tornano a Strasburgo, nei casi che giungono finalmente a una definizione davanti alla Corte dei diritti umani e che ci riportano a cosa avvenne a Genova, in termini peculiari per estensione, brutalità e scelta politica, a cosa avvenne ad Asti nelle celle di isolamento, a cosa avvenne nelle strade milanesi quando una persona fu rapita e portata, con l’acquiescenza, la complicità o quantomeno l’indifferenza dei nostri servizi, a essere interrogata nei luoghi di assenza del diritto e di brutale presenza della coercizione, in Egitto.
Ma, soprattutto tornano con quell’immagine non vista ma così drammaticamente intuibile di Giulio Regeni, consegnataci dalle parole di sua madre. Parole semplici, chiare che fanno percepire come l’immagine di una normalità positiva, ridente, di giovane aperto sia alla ricerca scientifica che all’impegno sociale e soprattutto aperto alla vita, sia stata tramutata nella maschera irriconoscibile prodotta dalla violenza di stato su un corpo inerme.
La tortura ha sempre una doppia «funzione»: informativa e politica. Ha una funzione informativa nel carpire le notizie utili all’ipotesi di chi interroga e l’adesione al proprio impianto d’indagine; nell’ottenere nomi, connessioni, elementi per altre inchieste: è la tortura che Beccaria respinse come tentativo di costruzione di una verità dei muscoli, basata sulla resistenza al supplizio. Ha una funzione politica nell’inviare attraverso la sua attuazione, la sua esibizione e l’impunità di chi la attua un messaggio intimidatorio volto ad affermare un potere assoluto e a reprimere sul nascere ogni tentativo di opposizione.
Le indagini che, dopo le prime grottesche e offensive ricostruzioni di comodo, le autorità egiziane dovranno concretizzare e che le autorità italiane dovranno pretendere, ci diranno chi e come ha attuato lo scempio di quella vita; quali compiacenze ci siano state, quali rapporti con il potere. Tuttavia ci sono almeno due aspetti che già da ora vanno sottolineati, anche senza attendere l’esito di una vero e completo accertamento.
Il primo riguarda il contesto di un apparato che ha assunto il potere attraverso un colpo di stato e che, come tale, è un interlocutore poco raccomandabile. Dovrebbe esserlo per i governi che con esso sembrano placidamente intrattenersi in virtù del suo ruolo di gendarme in una zona complessa. Ma anche per gli imprenditori che sembrano vederne la connotazione di garanzia di una stabilità, sia pure oscura e irrispettosa dei diritti umani, però utile ai propri investimenti. E infine per gli intellettuali e i giornalisti che, in ampie interviste, diffondono l’immagine di Abd al-Fattah al-Sisi quale «padre di famiglia» che farà di tutto per consegnare la verità sul massacro del giovane Giulio Regeni. Eppure tutti questi tre interlocutori, ai diversi livelli di responsabilità, non sembrano cogliere la gravità dell’implicita legittimazione che rischiano di dare all’attuale regime egiziano, alle sue azioni, all’ambiguità del ministro degli interni e alle fantasiose ricostruzioni dei suoi apparati.
Occorre mettere un punto fermo a tutto ciò. I genitori lo hanno fatto martedì con la loro conferenza stampa.
Ora spetta a tutti noi e al nostro governo. Perché come più volte si è doverosamente affermato in dichiarazioni di principio, il divieto della tortura non è «bilanciabile» con alcun altro principio, valore o criterio. Non è bilanciabile con la necessità della lotta al terrorismo; non è bilanciabile con la volontà di evitare pericoli imminenti – e questo lo abbiamo affermato tante volte in anni recenti per contrastare il tentennamento di alcuni interlocutori nel quadro internazionale dei primi anni di questo secolo.
Tantomeno è bilanciabile con l’interesse economico o con l’interesse politico-militare dell’avere una guardia in un territorio che in anni recenti ha mostrato potenzialità e instabilità. Perché bilanciare vuol dire essere complici. Anche per dimostrare, quindi, la fermezza nel rifiutare qualunque sensazione di arrendevolezza in tal senso, credo sia bene che il nostro ambasciatore venga richiamato per consultazione qui in Italia.
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Regeni, la verità che non avremo
di Fulvio Scaglione, da fulvioscaglione.com
L’ultima del Governo egiziano non è una barzelletta, purtroppo, ma una presa in giro. La fine atroce di Giulio Regeni, secondo la più recente versione, questa volta uscita dal ministero degli Interni, sarebbe stata causata da una rapina o da un tentativo di sequestro, mancati. Reagendo all’aggressione, il ricercatore italiano avrebbe provocato la rabbia di una banda di predoni, cinque dei quali sono stati uccisi in un’operazione di polizia al Cairo. Sono stati ritrovati documenti ed effetti personali di Giulio ma, guarda caso, chi poteva parlare è morto. E gli altri potenziali complici-testimoni, in particolare la sorella e la moglie del capo banda, sono nelle mani della magistratura egiziana.
Alla fin fine, insomma, le autorità egiziane sono riuscite a orientare le indagini nella direzione per loro meno dannosa: quella di un qualunque crimine da strada, un fattaccio di cronaca nera. Anche se nessuno può credere che un gruppo di ladroni si abbandoni per giorni a sevizie e torture degne delle peggiori dittature mediorientali o sudamericane, invece di eliminare la vittima e sbarazzarsi del corpo nel più breve tempo possibile. O che la banda, di fronte al clamore suscitato dalla vicenda, conservi il passaporto, le carte di credito, la tessera dell’Università della propria vittima, come a dire a scanso di equivoci: sì, siamo stati proprio noi.
Va pure detto, comunque, che non meno incredibili sono alcune delle versioni circolate fin dall’inizio. Davvero pensiamo che i servizi segreti egiziani avessero bisogno di estorcere con la tortura a Regeni informazioni sulle attività dei sindacati o liste di contatti con gli oppositori? Uno Stato come l’Egitto di oggi, governato dai militari, non aspetta l’arrivo di un ricercatore italiano per decidere chi bisogna tener d’occhio. Anche perché tiene d’occhio tutti.
Comunque sia, se il Governo di Al Sisi deciderà di confermare quest’ultima, incredibile versione dei fatti, ci sarà purtroppo poco spazio per un’iniziativa del Governo italiano. Ci saranno, certo, proteste ufficiali e più energiche pressioni ufficiose. Alcuni rapporti saranno congelati per un po’, le relazioni frenate, i contatti diradati. Ma poi? Diciamoci l’amara ver
ità: c’è poco che si possa fare.
Nell’assenza più totale di una politica europea per il Mediterraneo, ogni Paese è chiamato a gestire da solo i rapporti con la cosiddetta “sponda Sud”. L’Italia, tra tutti, è il Paese più esposto e l’Egitto, a sua volta, è un Paese decisivo per gli equilibrii sempre precari del Nord Africa e del Medio Oriente. Quel che farà o non farà l’Egitto, per esempio, potrà cambiare il corso degli eventi in Libia, da dove a noi arrivano i migranti e le minacce dell’Isis. Ed è solo uno dei possibili esempi.
Più in generale, la vicenda di Giulio Regeni e l’atteggiamento dell’Egitto ripropongono un vecchio dilemma: che fare quando i nostri amici e alleati sono dei dittatori, dei militari con la mano pesante, degli autocrati cui importa poco della democrazia?
È una domanda imbarazzante, e infatti la evitiamo usando il vecchio trucco di trattare da dittatori quelli di loro che non ci piacciono (per esempio Assad) e di far finta di niente con quelli che per qualche ragione ci piacciono, per esempio re Salman dell’Arabia Saudita. Sembrava che partecipare alle Olimpiadi invernali in Russia fosse una vergogna collettiva ma ai Giochi europei in Azerbaigian, per di più l’edizione inaugurale, sono andati tutti senza rimpianti. Forse non sapremo mai chi ha concretamente ucciso Giulio Regeni. Già sappiamo, però, che la verità sulla sua fine l’ha uccisa la politica.
(2 aprile 2016)
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