Trump va fermato subito per attentato alla democrazia

Christian Rocca

Gli americani hanno deciso di rimuoverlo dalla Casa Bianca, ma lui non riconosce la sconfitta sperando di spillare gli ultimi quattrini ai suoi seguaci. C’è poco da scherzare: le bugie, le truffe e le intimidazioni della cosca trumpiana sono un pericolo per tutti.

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Donald Trump andrebbe arrestato in flagranza di reato, per aver tentato di manipolare le elezioni democratiche degli Stati Uniti prima del voto del 3 novembre e per le successive manovre intimidatorie nei confronti dei pubblici ufficiali cui sta impedendo di certificare il risultato elettorale.

Naturalmente stiamo parlando del voto del 2020, perché le manipolazioni del voto 2016 sono state esterne, russe, senza la prova di coordinamento tra il Cremlino e la Trump Tower nonostante i copiosi tentativi della cosca trumpiana di mettersi in contatto con gli agenti di Mosca e la richiesta esplicita, in diretta televisiva, a Vladimir Putin di ravanare nei server di Hillary Clinton, cosa puntualmente accaduta.

Restiamo alle ultime elezioni, quindi, conclusesi con una batosta senza appello per il presidente in carica che ha perso cinque Stati rispetto a quattro anni fa, mentre nel conteggio dei voti popolari ancora non definitivo è sotto di sei milioni rispetto al presidente eletto Joe Biden. Alla fine saranno più o meno sette milioni di scarto.

Prima del 3 novembre, Trump ha provato a inquinare le acque politiche e il processo elettorale. E dopo a infangare la democrazia americana.

Coinvolgendo numerose agenzie governative, Trump ha minacciato un paese estero, l’Ucraina, di ritorsioni economiche e militari se il presidente ucraino non avesse fabbricato un dossier falso contro Joe Biden e la sua famiglia da usare in campagna elettorale americana; ha inviato a Roma, con il governo Conte a fare da tappetino, il ministro della Giustizia Bill Barr per creare la traccia farlocca di un grottesco complotto Obama-Renzi in grado, secondo i trumpiani anche italiani altrimenti detti retequattristi, di contrastare mediaticamente l’operazione di intelligence del Fsb russo per aiutarlo a battere Clinton; ha cercato di impedire in tutti i modi, ufficialmente e formalmente, a cominciare dalla rimozione delle cassette postali, la strategia elettorale dei Democratici di puntare in tempi di pandemia sugli absentee ballot; ha più volte invitato gli elettori repubblicani a votare due volte, prima via posta e poi anche di presenza, confidando nelle lacune organizzative di alcuni Stati sulle procedure elettorali, in un paese che non ha un’anagrafe elettorale e nemmeno le carte d’identità; ha incitato le squadracce armate di suoi sostenitori a mettere a disagio gli elettori impegnati nelle lunghe code davanti ai seggi; ha usato illegalmente le strutture federali, a cominciare dalla Casa Bianca, per fare campagna elettorale; ha contribuito a diffondere il virus contagiando centinaia forse migliaia di persone, compreso se stesso e buona parte del suo staff, durante manifestazioni elettorali tenute platealmente senza alcuna precauzione; ha preparato il terreno per il finto complotto ai suoi danni, come del resto aveva già fatto nel 2016, incentrando i comizi e la comunicazione su un unico punto: Trump perde solo se Biden bara; e per questo si è sempre rifiutato di accettare un trasferimento pacifico dei poteri in caso di sconfitta.

A elezioni concluse, Trump ha organizzato una campagna politica, social e non solo, affinché gli scrutatori smettessero di contare i voti espressi degli americani, «stop the count», liquidando come voti illegali quelli con la croce su Joe Biden; ha definito «un furto» il risultato elettorale non riconoscendo la vittoria del suo avversario senza uno straccio di prova; se l’è presa con un software, con la posta, con gli scrutatori, con i democratici e anche con i repubblicani che guidano gli Stati dove ha perso; ha licenziato il funzionario del Dipartimento della Giustizia che ha certificato l’assenza di irregolarità nelle operazioni di voto; ha presentato decine di ricorsi bocciati per assoluta inconsistenza da giudici e autorità locali, anche repubblicani; ha chiesto il riconteggio a mano in Georgia e ha perso di nuovo; ha ritirato alcuni esposti in Michigan e, sprofondando nel ridicolo, ha twittato che li ha ritirati perché in Michigan ha vinto, anche se ha perso con centocinquantamila voti di scarto; ha convocato alla Casa Bianca i leader repubblicani dello Stato per capire come impedire la certificazione della sconfitta; ha cacciato il responsabile dell’Agenzia di Cibersecurity perché ha smentito l’ennesima fake news trumpiana di macchine elettorali che avrebbero assegnato voti di Trump a Joe Biden; ha imposto alla responsabile degli Affari Generali della sua Amministrazione di non far partire formalmente la procedure di passaggio di consegne al presidente eletto Biden, con il risultato che per la prima volta nella storia degli Stati Uniti il nuovo presidente non può ricevere le informazioni di intelligence che gli serviranno dal 20 gennaio 2021; per lo stesso motivo, Trump ha impedito a Anthony Fauci di parlare con Biden delle strategie per contenere la pandemia, mettendo ulteriormente a rischio gli Stati Uniti ben oltre la conclusione della sua criminale gestione della pandemia.


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Trump insomma ha usato la carica pubblica non solo per condurre affari e promuovere il suo brand, per quello sarà impelagato nei tribunali federali a lungo nei prossimi anni, ma per una finalità decisamente più grave per le sorti della democrazia americana: Trump ha usato il potere della Casa Bianca per manipolare il processo elettorale prima del voto e, una volta bocciato dagli elettori, continua a farlo per ribaltare il risultato lampante delle urne e scucire gli ultimi spiccioli ai suoi elettori.

«Le sue regole principali sono: non far mai calmare il pubblico; non ammettere mai un errore; non concedere mai che il nemico possa avere qualche ragione; non lasciare spazio ad alternative; non prendersi mai la colpa; concentrarsi su un nemico per volta e accusarlo di qualsiasi cosa vada storta; la gente crederà più velocemente a una grande bugia piuttosto che a una piccola; e, inoltre, se la ripeti frequentemente prima o poi la gente ci crederà». Queste sono le parole scritte dall’Oss, il servizio di intelligence americano predecessore della Cia, nell’analisi psicologica di Adolf Hitler.

Perdonerete la reductio ad Hitlerum, ma queste parole di quasi un secolo fa sono il più esatto ritratto di Donald Trump. Appena lascerà la Casa Bianca, quando non avrà più l’immunità presidenziale, partiranno le inchieste sulle numerose truffe e ipotesi di reato di questi anni, ma Trump va fermato prima, adesso, per il ripetuto, pubblico e rivendicato attentato alla Costituzione, alla democrazia e alla decenza.
* da linkiesta.it
(23 novembre 2020)




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