Un fisco tutto in famiglia?

Roberta Carlini

, da robertacarlini.it *

La famiglia è morta, viva la famiglia. Mentre la cronaca e le statistiche smontano il mito della famiglia felice, l’economia sembra rinverdire quello della famiglia pilastro: quella che regge la crisi, che ne ammortizza i colpi riaccogliendo o mantenendo nelle case i giovani espulsi dal mercato del lavoro. E la politica insegue. Non più con la piazzata del family day, che non è stato più riproposto dopo la sfilata del 2007, quella che si prestò alla facile battuta per cui i politici presenti (Berlusconi, Casini, Fini) amavano a tal punto la famiglia da averne formate ben due, a volte anche tre. Ma con la retorica degli aiuti, sempre promessi e mai concessi, negli ultimi tempi sempre più legati a una formuletta magica presa dalle tecniche fiscali: quoziente familiare, metodo di calcolo della base della tassazione dei redditi che viene propagandato come la ricetta perfetta per aiutare le famiglie. E questo, sia da parte di cloro che lo avevano messo nel programma e non ne hanno fatto niente – la coalizione che governa – che da parte di molti che dall’opposizione protestano: perché del quoziente familiare poi non ne avete fatto niente? E così, in ogni verifica, a ogni vertice, a ogni ripartenza, si promette: stavolta faremo il quoziente familiare. Intendendo dire: stavolta aiuteremo le famiglie.In questa semplificazione, si omette di dire quali famiglie, se quelle più povere, o quelle più ricche, o quelle nel mezzo. E soprattutto, non si prende in considerazione il nesso tra quel tipo di aiuto alla famiglia e il ruolo di coloro che ancora si sobbarcano il lavoro principale per sostenere la baracca familiare: le donne.

I manuali di scienza delle finanze insegnano che ci sono due modi per tassare il reddito: commisurare le imposte al reddito della persona; o a quello della famiglia. La scelta è importante se i sistemi di tassazione sono progressivi, con aliquote che crescono al crescere del reddito: è chiaro che, in questo caso, se il reddito è quello di tutta la famiglia al sommarsi di due redditi- quello del marito e quello della moglie, nel caso più tipico – il cumulo fa scattare un’aliquota più alta. Da noi, in virtù non di una scelta del parlamento ma di un intervento della Corte costituzionale sulla riforma fiscale (in anni ormai lontani, i ’70 del secolo scorso, quando ancora i giudici della Consulta non erano stati additati come comunisti), si tassa l’individuo. In altri sistemi, si tassa il cumulo dei redditi familiari, con tecniche differenti per tener conto del numero di membri che c’è in una famiglia e del loro diverso peso. In Francia, si usa il “quoziente”, cioè in sostanza si attua una divisione del reddito tra i membri della famiglia, con dei coefficienti correttivi che tengono conto del diverso peso dei diversi componenti aggiuntivi della famiglia (non è che ogni “bocca da sfamare” in più pesi sul bilancio familiare esattamente come un single, ci sono le economie di scala della famiglia, le spese comuni, etc). E proprio al sistema francese si guarda con interesse dalle nostre parti, portando i risultati positivi di un sistema che avvantaggia le famiglie numerose. E in effetti, la Francia non soffre affatto di crisi di denatalità, come dicono lo statistiche e come conferma l’osservazione superficiale: a quanti di noi non è capitato di vedere famigliole francesi in vacanza in Italia con due o tre, se non quattro, infanti al seguito?

Attenti alle apparenze, avvertono però gli studiosi di sistemi fiscali. Il quoziente, come ogni altro sistema di tassazione, va analizzato per vederne gli effetti su due variabili cruciali: la distribuzione del reddito (quale fascia di reddito favorisca, se le più alte o le più basse) e la distribuzione di genere (quale suddivisione dei ruoli tra maschi e femmine in famiglia venga così favorita). Gli economisti si sono concentrati più spesso sul primo effetto. Le loro simulazioni sono state riportate da Romano Prodi – uno che di famiglie numerose se ne intende, essendo l’ottavo di nove fratelli -, in un articolo sul Messaggero, nel quale l’ex presidente del consiglio spiega che il quoziente , se applicato in Italia, non porterebbe “alcun beneficio a coloro che, avendo redditi troppo bassi, non pagano alcuna imposta o sono sottoposti ad aliquote molto basse. Si calcola infatti che, applicando il quoziente familiare vigente in Francia al caso italiano, si avrebbe un calo del gettito Irpef di circa sei miliardi che andrebbe soprattutto a favore del trenta per cento delle famiglie più ricche”. Alle stesse conclusioni giungono le analisi di altri due economisti, Ruggero Paladini e Carlo D’Ippoliti, pubblicate dal sito www.ingenere.it. Il perché è facilmente comprensibile: il “quoziente” altro non è che una divisione, che abbassando il reddito imponibile abbassa l’aliquota. Se l’aliquota è già molto bassa – o addirittura nulla, è il caso italiano dei cosiddetti “incapienti”, coloro che non pagano le tasse perché al di sotto di una certa soglia di reddito – i benefici sono scarsi o nulli. Maggiore è l’aliquota di partenza (e dunque maggiore il reddito), maggiori i benefici.

Ma c’è poi il secondo effetto del “quoziente”, che per un paese come il nostro dovrebbe essere considerato prioritariamente agli altri: è il suo effetto di disincentivo al lavoro femminile. Infatti, maggiore è il numero dei membri della famiglia che non percepiscono reddito, maggiore è il vantaggio fiscale. E poiché questa riforma non pioverebbe su un mondo ideale e paritario, ma su una situazione come quella italiana nella quale la donna è ancora – in molti casi – il percettore secondario di reddito, quella che può rinunciare a lavorare, anzi spesso è costretta a farlo per impossibilità di conciliare lavoro e famiglia, ecco che il “quoziente familiare” tornerebbe a incentivare una famiglia tradizionale, monoreddito, con l’uomo al lavoro e la donna a casa. Naturalmente, si può obiettare che in Francia non è così, anzi che lì il tasso d’occupazione femminile è alto. Ma bisogna anche ricordare che in Francia, come altrove, ci sono servizi sociali per la famiglia e soprattutto per i figli che funzionano molto meglio che da noi; che l’aumento dell’occupazione femminile era un dato già acquisito, e non ancora da conquistare. Dunque, l’allegro quadretto della famiglia francese numerosa va collocato in un contesto generale in cui non c’è solo il fisco, ma un mercato del lavoro che discrimina meno tra uomini e donne, e una rete di servizi sociali che si sobbarca il lavoro di cura di bambini e anziani, da noi invece quasi completamente a carico delle famiglie – ossia delle donne.

Il tasso di occupazione femminile in Italia è al 46,1%. Vale a dire che ha un lavoro retribuito meno di una donna sue due (considerando solo quelle tra i quindici e i sessantaquattro anni). Siamo al penultimo posto in Europa, sta peggio solo Malta. E’ una condizione che, a parole, tutti dicono di voler superare: anche perché ce lo imporrebbe la strategia europea di Lisbona, rimasta lettera morta. Ed è una condizione insostenibile: sia dal punto di vista della libertà e dell’indipendenza economica delle donne; sia dal punto di vista della ricchezza del sistema sociale (che viene ad essere enormemente impoverito dall’assenza delle donne, spesso qualificate, dal mercato del lavoro: addirittura, restano a casa donne che hanno fatto tutto il percorso dell’istruzion
e arrivando fino alla laurea); sia dal punto di vista, in questi tempi di crisi, dei bilanci familiari, che molto speso possono uscire dalla soglia della povertà solo con la presenza di due redditi. Dunque, qualunque intervento del sistema fiscale dovrebbe partire da questo assunto: vogliamo mantenere questa situazione, o contrastarla?

La proposta del quoziente va oltre, arrivando addirittura a peggiorare la situazione. Non solo non ci si pone il problema di un sistema che incentivi il lavoro retribuito femminile – attraverso meccanismi fiscali o di spesa sociale, lavorando sulle aliquote ma soprattutto sui servizi di cura -, ma addirittura si pensa a un sistema che lo disincentiva, premiando le famiglie con un solo reddito. E’ questa la strada per uscire dalla crisi? Riportare le donne a casa? Ci dicono di no fior di teorie e studi economici – anzi, in molti paesi occidentali a partire dagli Stati uniti è il lavoro delle donne che sta tenendo a galla le famiglie nella grande recessione; soprattutto, ci dice di no il desiderio di molte donne, figlie della generazione del femminismo e cresciute con tutt’altra ambizione in testa. Ma anche in questo caso la classe politica dirigente del nostro paese pare staccata dal mondo, e oscilla tra due modelli femminili entrambi enormemente lontani dalla realtà: da un lato, quello della donna velina, orizzonte femminile unico del nostro premier e della sua cerchia ristretta; dall’altro, quello dell’angelo del focolare, che il piano governativo per l’occupazione femminile mette al centro del welfare “dalla culla alla tomba”, e che pensa di rimediare alla cronica assenza degli asili nido e di servizi di aiuto per le madri lavoratrici con questa geniale trovata: i bambini? Dateli alle nonne.

* Articolo scritto per La Rocca di Assisi

(12 ottobre 2010)

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