Una “escape clause” per la zona euro
Rosario Patalano
Il problema della crisi dell’euro-zona non è l’unione monetaria in sé, ma solo la rigidità degli accordi imposti dal potere contrattuale della Germania e dei suoi alleati. I trattati però possono essere rivisti, come mostra l’esperienza storica delle unioni monetarie, senza minacciare l’integrazione.
Molti dei piani di uscita dall’euro che vengono proposti, soprattutto in Italia, sono ipotesi teoriche, non c’è infatti una esperienza storica a cui ci si possa richiamare per sostenere le proprie tesi.
Le esperienze di unione monetaria non sono state molte nella storia. Nel XIX secolo l’esperienza più significativa fu quella dell’Unione Monetaria Latina, istituita dalla Convenzione di Parigi del dicembre 1865 tra Belgio, Francia, Italia e Svizzera, allo scopo di limitare i disordini monetari causati dai problemi dalla fluttuazione di oro e argento. Allora, infatti, i sistemi monetari erano definiti su base bimetallica e la scoperta di nuovi giacimenti auriferi aveva messo sotto pressione i sistemi monetari nazionali. Per l’operare della legge di Gresham il metallo sottovalutato legalmente usciva dalla circolazione e veniva tesaurizzato, mentre quello sopravvalutato affluiva in grandi quantità per essere coniato.
In Francia tra il 1850 e il 1860 la quantità di moneta d’argento si ridusse drasticamente con grande disagio per i pagamenti legati al commercio al minuto. Per tutti gli anni Cinquanta del XIX secolo i paesi bimetallismi furono invasi da monete d’oro e persero in grandi quantità quelle d’argento, con effetti negativi per i pagamenti al minuto. Per rimediare a questa situazione, e anche per favorire una più marcata integrazione commerciale, fu così costituita l’Unione, che riuniva circa 70 milioni di cittadini sotto lo stesso sistema monetario, anche se le coniazioni rispettavano ancora tradizioni e denominazioni nazionali.
La convenzione istitutiva dell’Unione doveva durare quindici anni ed era aperta a tutti gli Stati che desideravano sottoscriverla. All’Unione aderirono altri paesi e molti altri chiesero di associarsi con accordi bilaterali, o si allinearono unilateralmente. L’Unione fu rinnovata formalmente nel 1874, 1875, 1876, 1878, 1885 e nel 1891. In seguito fu rinnovata tacitamente ogni anno. Di fatto essa cessò con la Prima Guerra Mondiale, ma dal punto di vista legale essa cessò di esistere il 24 dicembre 1925 e fu liquidata consensualmente il 1° gennaio 1927.
Un’altra esperienza fu quella dell’Unione Monetaria Scandinava sorta nel 1873 tra Svezia, e Danimarca, a cui nel 1875 si aggiunse la Norvegia, che fu sciolta legalmente solo nel 1931.
In entrambi i casi nessuno Stato uscì formalmente dalle convenzioni, anche se le clausole degli accordi furono continuamente riviste e di fatto rese inoperanti consensualmente, fino allo scioglimento.
Bisogna comunque osservare che queste unioni confluirono nella sistema del gold standard, che di fatto si comportò come una unione monetaria globale fondata sul mantenimento delle parità auree.
In tempi più recenti l’unione monetaria delle ex colonie africane della Francia, la cosiddetta CFA zone, composta dalla Central African Economic and Monetary Community (CAEMC) e dalla West African Economic and Monetary Union (WAEMU), istituita più di mezzo secolo fa, non si è disintegrata, né ha perso l’adesione di uno stato membro, nonostante gli squilibri e i problemi tipici di aree sottosviluppate.
L’unione ha resistito anche di fronte allo shock della svalutazione del CFA nel 1994 (del 100% all’interno e del 50% all’esterno) imposto per migliorare la competitività e favorire lo sviluppo.
La tenuta della CFA zone ha costituito un caso di studio per valutare le stesse prospettive di tenuta dell’ara euro e addirittura per definire la possibilità di una moneta unica africana.
D’altra parte se si osserva la tendenza in altre aree geografiche non si assiste ad una volontà di frammentazione monetaria, ma all’opposto i progetti di integrazione monetaria sono al primo posto dell’agenda politica. La tabella seguente mostra i vari progetti di unione in discussione
Unioni monetarie e accordi di cooperazione monetaria in via di realizzazione Anno di attuazione
Gulf Cooperation Council (GCC) (moneta comune Khaleeji o Gulf) 2015
East African Community (EAC) (moneta comune East African shilling) 2015
Southern African Customs Union (SACU) (moneta comune South African Rand) 2015
Southern African Development Community (SADC) (moneta comune South African Rand) 2016
Caribbean Single Market and Economy 2015
Union of South American Nations (UNASUR) (moneta comune Latino) 2019
African Monetary Union (AMU) (moneta comune Afro) 2028-2031
Progetti di unioni monetarie e accordi di cooperazione monetaria in discussione
North American Monetary Union (NAMU) (moneta comune Amero)
Economic Community of Central African States (ECCAS)
Economic Community of West African States (ECOWAS)
Unione Russia Bielorussia (moneta comune rublo russo)
Arab League (moneta comune Dinaro Arabo)
Gli esempi storici ci permettono di concludere che l’integrazione monetaria, che comporta totale perdita di sovranità monetaria , una volta stabilita difficilmente viene messa in discussione da singoli stati aderenti, in quanto il mutamento è percepito come un salto nel buio, i cui costi sono considerati estremamente superiori ai benefici. La psicologia collettiva nei confronti delle questioni monetarie è dominata dall’inerzia. Lo dimostra l’uso del dollaro come moneta di riserva internazionale che è rimasto intatto, nonostante che il primato economico degli Stati Uniti è del tutto tramontato, o il mantenimento delle denominazioni monetarie tradizionali anche in seguito a profondi rivolgimenti politici (il rublo in Russia, lo yuan in Cina) o economici (il marco in Germania dopo l’iperinflazione), o per finire la stessa esperienza millenaria dell’uso monetario dei metalli preziosi, riproposta ancora oggi.
É già stato traumatico il passaggio lira-euro, accettato solo in vista dei benefici promessi, e pochi sarebbero disposti a ripercorrere all’inverso lo stesso trauma, sulla base, poi, di analisi abbastanza vaghe sul futuro che ci aspetta.
Chi propone, con una spudorata leggerezza, una uscita dall’euro, probabilmente confonde una unione monetaria con accordi di currency board (o dollarizzazione). Ricordiamo che i paesi asiatici alla fine degli anni Novanta e l’Argentina all’inizio del nuovo millennio, ritornati al cambio flessibile dopo crisi valutarie, non avevano mai rinunciato formalmente alla loro sovranità monetaria, ma avevano solo scelto di ancorare strettamente la loro divisa al dollaro USA, stabilendo semplici accordi di cambio fisso.
Il problema della crisi dell’euro-zona non l’unione monetaria in sé, ma solo la rigidità degli accordi, imposti dal potere contrattuale della Germania e dei suoi alleati. Gli accordi possono essere rivisti come mostra l’esperienza storica delle unioni monetarie, senza minacciare l’integrazione.
Persino il gold standard si caratterizzava di fatto come un sistema flessibile garantendo una sorta di Contingent Rule implicita che consentiva un margine di discrezionalità pur nell’ambito di una struttura di disciplina. In pratica ai paesi momentaneamente in difficoltà veniva concessa una escape clause che consisteva nella sospension
e temporanea della convertibilità aurea. Il regime di inconvertibilità era tuttavia considerato come un evento eccezionale determinato da particolari cause contingenti e destinato ad essere rimosso nel più breve tempo possibile.
Ciascun paese aderente al sistema impegnandosi a ripristinare la convertibilità al più presto possibile (la cosiddetta Restoration Rule) non intaccava la sua credibilità, anche in momenti di crisi. Questo favoriva il flusso di capitali necessario a ripristinare l’equilibrio esterno o a sanare la crisi finanziaria che avevano portato alla sospensione della convertibilità. Come è noto l’Italia più volte ricorse alla inconvertibilità della propria moneta (1866, 1885), senza per questo compromettere il suo percorso di sviluppo. Alimentato in gran parte come è noto dall’afflusso di capitali stranieri (francesi e tedeschi) in primo luogo.
La soluzione della crisi italiana non è da cercare in conati nazionalistici, come se tornare alla lira fosse la panacea di tutti i mali italiani, attribuibili, come è noto a fatti strutturali e non monetari. D’altra parte il ritorno alle piccole sovranità monetarie europee ci obbligherebbe poi a stabilire un sistema simile al vecchio SME, dato l’integrazione commerciale esistente. Mezzo secolo di storia europea non può essere sovvertito con un tratto di penna.
Occorre, invece, garantire meccanismi di flessibilità nell’area euro, non trascurando la presenza di squilibri globali di cui l’euro è solo una parte. Su questo bisognerebbe concentrare l’attenzione, ma occorrerebbe la lungimiranza di un Keynes e la volontà politica di una nuova Bretton Woods.
REALFONZO
(8 dicembre 2013)
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